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Una Chiesa missionaria di speranza (Sant'Evasio 2006)

Affacciati ormai all’Anno del IX Centenario di questo Duomo, consacrato, come si sa, dal Papa Pasquale II il 4 gennaio 1107, ci incontriamo questa sera per l’annuale appuntamento nella festa del Santo Patrono, Evasio.
Questa festa si trova quest’anno in un crocevia di molti e suggestivi eventi: il recente Convegno di Verona sul cui esito ci siamo soffermati in questa stessa settimana nel Convegno Pastorale Diocesano; l’inizio imminente, come dicevo, del IX Centenario e, ancora, il terzo anno del Triduo preparatorio a questo grande evento, che abbiamo dedicato a questa nostra chiesa “in mezzo alla città”.
Dopo un’annata dedicata all’Eucaristia, centro focale del nostro progetto di chiesa e dopo l’anno dedicato al Vangelo da vivere e testimoniare, vogliamo ora vivere l’anno della Missione, compito irrinunciabile per una Chiesa che voglia essere davvero “in mezzo alla città”, come lo è da nove secoli, simbolicamente, il nostro Duomo.
È proprio da questo crocevia di avvenimenti che ricavo il tema di questa omelia che si ispira ai testi biblici appena proclamati.
Voglio parlarvi di noi, chiesa di sant’Evasio, impegnati in questo territorio e in questa città come “missionari di speranza”.
Noi, con il nostro Duomo, stiamo “in mezzo alla città”: e ci stiamo con l’Eucaristia che celebriamo e con il Vangelo che annunciamo, per essere “testimoni” e io dico “missionari di speranza”.
Abbiamo coscienza di essere inviati per questo.
Nella prima lettura abbiamo rievocato i dubbi e le perplessità dal profeta Geremia, chiamato dal Signore ad una missione impegnativa e drammatica nella sua città: quella Gerusalemme assediata dai nemici, i soldati di Nabucodonsor, divisa al suo interno per l’inettitudine dei governanti, votata allo sfacelo e alla distruzione, alla sconfitta, insieme nella deportazione a Babilonia.
Geremia teme per la sua fragilità di giovane inesperto, di fronte ad un compito così superiore alle sue forze.
E anche noi abbiamo ben mille ragioni di temere, sentendoci incapaci al compito di ridare speranza alla nostra città e ad un mondo che cambia, la cui difficile e compromessa cultura secolarizzata, individualistica, consumistica, ci sfida puntualmente.
Eppure anche a noi, come a Geremia, viene dato l’ordine di non desistere, anzi di andare coraggiosamente avanti nel compito missionario. Sono parole attuali, quelle che risuonano all’orecchio del giovane profeta: “Ecco metto le mie parole sulla tua bocca... Ecco oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni, per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”. (Ger 1.9-10).
Un compito sempre attuale, ma assai impegnativo, per una chiesa missionaria di speranza in mezzo alla città.
Di speranza ci parla anche l’Apostolo Pietro, nella sua prima lettera che, non a caso, è servita come “fil rouge” per il Convegno di Verona, sia nella sua fase preparatoria, che nel suo svolgimento.
Speranza radicata nel Cristo Risorto, come fin dai primi versetti della sua lettera ci lascia intendere l’apostolo quando dice che “il Padre ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva”. (I Pt 1,3).
La radice, dunque, di ogni speranza è Gesù Risorto.
Di lui e di noi, ancora Pietro ci ha detto: “Voi lo amate, pur senza averlo visto (lui, Pietro, sì che l’ha visto, udito e toccato con le sue mani!) e ora, senza vederlo, credete in lui” (I Pt. 1-8).
È a partire da questo amore per Gesù che noi diventiamo, per lui, testimoni di speranza, obbedendo al suo mandato, affidato un giorno ai Dodici e ora alla chiesa apostolica che da loro discende.
Il mandato affidato ai dodici discepoli così come ci viene riferito nel cap 10 del Vangelo di Matteo di cui abbiamo proclamato alcuni stralci, è di piena attualità, come anche la vocazione di Geremia.
“Chiamati a sè i suoi discepoli diede loro potere sugli spiriti immondi (e quanti ce n’è in questa nostra società per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità “ (Mt 1,1,)
Ed ancora più esplicitamente dopo aver elencato il nome dei dodici (nomi che tutti ci rappresentano e sono come l’inizio dell’infinita litania dei Santi di cui siamo eredi, anche di sant’Evasio, dunque), il Vangelo di Matteo ci dice: “Questi sono i Dodici che Gesù inviò ordinando loro: “Strada facendo, predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni”.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt. 10,7-8).
Ecco tracciata la strada della missione.
Vi faccio notare un particolare: quel strada facendo: è anzitutto un’indicazione di metodo missionario.
Vuol dire che la nostra testimonianza missionaria deve uscire dalle sacrestie odorose di incensi e dal caldo ambiente delle nostre inveterate tradizioni, o peggio, abitudini. Bisogna uscire in mare aperto, come ci invitava Giovanni Paolo II dopo il grande giubileo. Citando ancora il Vangelo, quel grande missionario che egli fu ci consegnava un motto: “Duc in altum!” Prendi il largo!
Come dire, appunto, “strada facendo”.
È stato anche il messaggio del Convegno di Verona che ha proposto alle Chiese che sono in Italia una missionarietà a tutto campo: negli ambiti umani (le strade del mondo!): gli ambiti della fragilità e dell’affettività, del lavoro e della tradizione, dell’impegno sociale e politico entro gli orizzonti della cittadinanza.
Questo è il senso del nostro centenario: esso si riferisce sì ad un magnifico Duomo nove volte centenario attorno a cui è crescita la città degli uomini; ma trascende questo simbolo per indicare che la Chiesa di Casale, che siamo noi, deve saper stare nel cuore della gente, dentro i suoi problemi e le sue speranze, nel vivo dunque della vita familiare, culturale, sociale, politica.
No. Non ci lasciamo chiudere nei nostri splendidi templi come in musei solo da ammirare: non nelle nostre Sacrestie, nè dentro i recinti del privato.
Noi siamo fatti per il mondo, per l’uomo, per la città, di cui siamo e vogliamo essere concittadini e protagonisti di storie: la storia vera, quella della gente e non dei potenti, la storia degli umili e dei veri cittadini e non dei detentori, spesso abusivi, di ogni potere mediatico, e non solo, come oggi usa.
Siamo una chiesa di popolo, insomma. Con le nostre parrocchie disseminate sul territorio, con i nostri parroci, spesso eroici custodi del piccolo o grande gregge loro affidato; con le nostre aggregazioni di laici sempre più esplicitamente inviate nel cuore dei problemi e delle attese dell’uomo di oggi.
È stato più volte citato, anche nel nostro Convegno pastorale di questi giorni, inteso a declinare Verona nelle nostre esperienze, l’incipit della “Gaudium et spes”: esso è il sigillo autentico a questa nostra festa:
Eccolo “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi dei poveri soprattutto e di tutti di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”. (G.et S. n.1).
Così dunque vogliamo celebrare il nostro Santo patrono, che “strada facendo” come racconta l’antica “biografia” è stato martirizzato per la sua testimonianza a Cristo.
E proprio il Vangelo che abbiamo appena letto ne dava l’annuncio e la spiegazione.
“Ecco vi mando come pecore in mezzo ai lupi.... Vi consegneranno ai tribunali.... e sarete condotti davanti a governatori e se, per causa mia, per dare testimonianza ( Mt.10-16 e ss).
Le difficoltà dunque non ci spaventano: ci sono già state annunciate come a Geremia, come agli apostoli, come a Sant’Evasio.
Ma ci sorregge l’impegno affidatoci di essere testimoni e missionari di speranza, come ancora ci ha descritto il Vangelo: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
Ecco il comando, ecco l’impegno.
Le categorie evangeliche e messianiche qui citate, sono ben traducibili nei cinque ambiti di Verona, cioé dentro la condizione umana del nostro tempo e della nostra gente che vive le fragilità delle molto ricorrenti povertà, precarietà e miseria; che è disorientata negli affetti e spesso allarmata (anche tra noi) per il lavoro che si annuncia minacciato e precario; che rischia di vedere naufragare la speranza di un futuro e di una cittadinanza compromessa o addirittura negata, come nelle derive dell’immigrazione e di ogni forma di emarginazione.
Cari amici, l’orizzonte è vasto e impegnativo.
“Strada facendo” in mezzo alla città degli uomini, dobbiamo essere Chiesa fedele al mandato missionario, e per questo dobbiamo sapere farci carico di tutta la nostra contemporaneità.
E se ci assale il dubbio di Geremia (non so parlare, Signore, perché sono giovane!) ricordiamo Evasio, missionario e testimone fino al sangue.
Lui ci traccia la strada, da questo suo Duomo che sta in mezzo alla città da nove secoli.
Amen

La nube dei Testimoni (Primi Vespri Sant'Evasio 2006)

Questo inizio del cap. 12 della Lettera agli Ebrei, testo che ho scelto per questa Omelia di apertura delle nostre Feste Patronali , deve essere collegato con la grande litania dei santi Patriarchi e Profeti di cui distesamente parla il capitolo precedente.
Parlando della fede, l’autore della lettera la coniuga nella vita e nell’ esperienza dei grandi protagonisti della storia del popolo ebreo.
È come un ritornello, una specie di litania, appunto.
Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio
Per fede, Noe ......
Per fede Abramo ....
Per fede Sara .....
E cosi via.
Per fede, Isacco, Giacobbe, Giuseppe.... Per fede, Mosè.
E quando la litania sembra concludersi ecco il rimbalzo retorico dell’autore ispirato: “E che dirà ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Sansone, di Jefte, di Davide, di Samuele, dei profeti. Per fede essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco,sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione.
Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati e torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati- di loro il mondo era degno!- vaganti per i deserti, sui monti, fra le caverne e le spelonche delle terra. (Ebr. 11,33-38).
Vi ho voluto leggere questa stupenda pagina perché solo così è illuminante il testo seguente: “Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni.... (Ebr 12,1).
Evasio è uno di essi.
E quando la sua effigie si è illuminata, nell’Arona di Verona, tra le oltre duecento dei Santi di tutta Italia, vi confesso che ho avuto un sussulto d’orgoglio.
Sì- come diceva Bernanos “la nostra Chiesa è la chiesa dei santi!
E l’infinità di litanie delle loro vite ci scorre davanti e ogni giorno ci incoraggia alla speranza.
Continua il brano della lettera agli Ebrei che abbiamo preso in esame:”Circondati da tale moltitudine di testimoni (...) corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”(Ebr 12,2)
Due sono i poli di questa nostra riflessione alla vigilia del Santo Patrono.
Da una parte “la nube dei testimoni” e dall’altra “lo sguardo fisso su Gesù”.
I testimoni: ecco la compagnia sul sentiero che vogliamo percorrere con lo “sguardo fisso” su Gesù.
Questo “sguardo fisso” ha entro di sè una citazione implicita del vangelo di Giovanni, quando, di fronte al costato trafitto da cui esce sangue e acqua, colui che ha visto e ne dà testimonianza cita la profezia di Zaccaria: “Videbunt in quem transfixerunt”.
Fissiamo lo sguardo su colui che è stato trafitto.
Fissare lo sguardo su Gesù, il Gesù della Pasqua di morte e risurrezione, il Crocifisso Risorto come noi in questa nostra stupenda Cattedrale possiamo fare, fissando questa antica e storica croce.
Tenere fisso lo sguardo sul Risorto, speranza del mondo è il primo messaggio che, in questa festa patronale, ci giunge da Convegno Ecclesiale di Verona.
Ma con esso ecco l’altro messaggio: la nube dei testimoni,la litania dei Santi.
Lasciate che io rievochi, qui, questa sera, l’emozione profonda che provammo tutti all’Arena di Verona, all’apertura del Convegno ecclesiale.
L’altra sera, il vescovo di Novara, ricordava al nostro Convegno il vialone d’accesso alla fiera, dove si svolgevano le assemblee del Convegno ecclesiale, fiancheggiato dalle gigantografie di cristiani che hanno testimoniato la speranza nella nostra patria nel secolo scorso: un sindaco e politico come La Pira, un pedagogista come Gesualdo Nosengo, e così via.
Non minore emozione la lunga litania dei santi, Testimoni di tutte le Chiese d’Italia: oltre duecento.
E mentre l’assemblea li invocava ad uno ad uno – prega per noi!- ci sentivamo tutti circondati da questa nube di testimoni.
La nostra Chiesa è la Chiesa dei santi. Anche la nostra. La Chiesa di Sant’Evasio.
Anche noi abbiamo, nella storia recente, da raccontare storie di santi.
Ne ricordiamo alcuni: rievocandone la memoria nella storia recente della nostra Diocesi: due preti, un giovane, una donna.
Il giovane è il venerabile Casimiro Barello, nativo di Cavagnolo che nella seconda metà dell’ottocento sconvolse, con la sua testimonianza di povero pellegrino, adoratore dell’Eucaristia, gli schemi borghesi della società: andò a morire in Spagna ad Alcoy, dove ancora è sepolto e venerato. Recentemente in quella città una via è stata dedicata a lui.
La donna è Giovannina Mazzone che nella nostra città ha lasciato segni straordinari di santità, all’inizio del secolo scorso, fondando l’Istituto delle Figlie di Nostra Signora di Lourdes, recentemente apertosi alle missioni africane, seguendo l’inenzione missionaria di questa straordinaria donna casalese, dal cuore aperto agli orizzonti della mondialità.
Il primo prete è il salesiano nativo di Lu Monferrato, il Beato Rinaldi, uno dei successori di Don Bosco alla guida della grande famiglia salesiana come Rettore Maggiore.
Uomo umile, semplice, generoso: lavoratore di pura razza monferrina, testimone di tanto amore salesiano per i giovani, specie per i più emarginati.
L’altro prete è il servo di Dio Mons. Luigi Novarese, i cui familiari sono ancora tra noi e la cui opera in favore dei malati è divenuta esemplare per tutta la chiesa. Alla Serniola – la sua casa natale- il suo ricordo è vivo e appassionante il suo messaggio, attraverso l’opera dei Silenziosi Operai della Croce e del Centro Volontari della Sofferenza.
Di lui ha scritto il nostro rimpianto amico e collaboratore Mons. Felice Moscone in un libro dal titolo – oggi suggestivo e profetico”Seminatori di Speranza”.
Se fosse ancora fra noi il caro don Felice potrebbe riconoscere in quel titolo l’attualità della Chiesa, espressa con i suoi Santi a Verona.
E io resto confuso oggi rileggendo la dedica che nella sua bontà e amicizia ha voluto siglare al copia che conservo gelosamente.
“Con affetto e riconoscenza
al carissimo vescovo Germano
“seminatore di speranza nella chiesa casalese”
Don Felice
Sono confuso e felice: siamo davvero circondati da una nube di testimoni: testimoni di speranza.
E così sia.

Il Vangelo della Speranza (Sant'Evasio 2005)

L’assemblea qui riunita è un’eloquente icona della nostra chiesa casalese, radunata attorno al suo santo patrono, Evasio, nell’annuale solenne ricorrenza della festività patronale.
“Voi siete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es. 19,6).
L’espressione con cui, nell’antico libro dell’Esodo è definito il popolo che Dio si è scelto, è illuminante anche per questo popolo di Dio che siamo noi.
Questa antica immagine rieccheggia nella Prima Lettera di Pietro che fa da sfondo alla nostra celebrazione è sarà ripresa in tutte le celebrazioni festive di domani, quando si celebrerà la solennità liturgica di ogni chiesa locale diocesana.
In essa sono dette parole di grande qualità per la definizione della nostra immagine di Chiesa: vi è presente l’icona della pietra viva che è Cristo attorno alla cui solidità si stringono le altre pietre vive, che siamo noi in un “edificio” santo di cui lo splendore di questo Duomo è commovente riflesso.
“Voi – scrive Pietro alle comunità cristiane colpite dalla persecuzione- Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale , la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce”. (I Pt 2,8-9).
Ecco uno squarcio di luce sulla realtà di ogni Chiesa e, dunque, di questa nostra Chiesa che, radunata nella festa del santo Patrono, ribadisce la sua coscienza di un’identità ammirabile e meravigliosa.
Siamo noi questa nazione santa, questa stirpe eletta, questo popolo chiamato a proclamare le opere meravigliose che Dio ha operato, per mezzo di Cristo.
Proclamare le opere, anzi, le meraviglie di Dio è l’equivalente di ciò che, secondo gli Atti degli Apostoli, fecero Pietro e gli altri, sulla piazza di Gerusalemme nel giorno luminoso della Pentecoste.
Ricordate che le loro parole di pescatori galilei risuonarono in tutte le lingue per annunciare “le meraviglie di Dio”.
Coloro a cui Gesù, prima di salire al cielo, aveva dato l’incarico di essere suoi “testimoni”, nella forza dello Spirito, subito si erano impegnati ad annunciare il Vangelo alle genti.
Cosi le “meraviglie di Dio” sono testimoniate da quel giorno glorioso, attraverso la grande proclamazione del Vangelo di Gesù, la vera, grande “meraviglia di Dio”.
È l’evangelista Marco che ci rievoca quel folgorante inizio, accostando la primissima predicazione di Gesù “credete al Vangelo!”) con la chiamata dei primi apostoli lungo le rive del lago di Galilea.
Essi che da pescatori di lago sono chiamati a farsi “pescatori di uomini” segnano l’inizio di quel secolare compito affidato alla Chiesa che chiamiamo giustamente l’evangelizzazione.
Dunque, facciamo mente locale a questa scena che Marco mette a fuoco con forza icastica: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio”(Mc 1,1).
È da questo inizio che nasce per gli apostoli d’allora e per la chiesa di oggi l’urgenza del Vangelo, un Vangelo da accogliere, annunciare, e testimoniare nei secoli.
Evasio venne tra noi da terre lontane, spinto da questa urgenza che oggi comunica a noi, radunati nel suo ricordo, attorno a Gesù, il Vangelo vivente.
È ancora l’apostolo Pietro che nella sua prima lettera ci consegna questo messaggio: “Adorate il Signore, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. (I Pt. 3,15).
Il Vangelo della speranza, dunque.
Convocando il Convegno ecclesiale dell’ottobre 2006 a Verona, i vescovi italiani ci hanno impegnati ad essere “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.
E noi vogliamo legare a questo impegno il nostro anno pastorale che prende solenne avvio in questa celebrazione patronale.
Come sapete, stiamo preparandoci ad un grande avvenimento: nel 2007 sarà il IX centenario di questo Duomo secolare: è un simbolo questa chiesa che da nove secoli sta nel cuore della città.
È un simbolo della chiesa di pietre vive che siamo noi, popolo santo chiamato a stare in mezzo alla città degli uomini come un segno perenne di speranza.
“La speranza- scrivono i vescovi italiani nel Documento preparatorio del Convegno ecclesiale di Verona- la speranza è un bene fragile e raro e il suo fuoco è sovente tenue anche nel cuore dei credenti..... (n. 2).
E aggiungono: “La proclamazione della speranza della Resurrezione di Gesù riveste oggi particolare significato per dare forza e vigore alla testimonianza.
In un tempo dominato dai beni immediati e ripiegato sul frammento, i cristiani non possono lasciarsi omologare alla mentalità corrente, ma devono seriamente interrogarsi sulla forza della loro fede nella Risurrezione di Gesù e nella speranza viva che portano con sè”. (n. 2)
Siamo qui per questo, all’inizio di un anno che abbiamo voluto dedicare al Vangelo e al Vangelo di Marco che in queste settimane vorremo consegnare a tutte le nostre famiglie come messaggio di speranza.
Simbolicamente io lo consegno al termine di questa solenne assemblea ai sacerdoti e alle autorità quasi consegnandolo alla comunità ecclesiale e civile della nostra terra.
Il Vangelo: ecco la nostra speranza.
Avete notato che i vescovi italiani chiedono ai credenti di farsi “testimoni”: Evasio è martire, proprio nel senso etimologico della testimonianza.
Ma quale testimonianza?
Duplice: della fede in Gesù Risorto e della speranza che nasce dalla sua Pasqua.
Certo, il mondo in cui viviamo ha un bisogno lancinante di speranza.
Anche la nostra terra e la nostra città. Molti segnali ce lo dicono, talora con accenti drammatici.
Ma non voglio indulgere al pessimismo, proprio in questo giorno di festa.
Basti questo accenno al bisogno di speranza che traluce da tante situazioni: dall’ansia giovanile alle incertezze sul futuro, dalle paure per immigrazioni selvagge, all’insicurezza sul domani.
È sintomatico- e lodevole- che nella nostra città si cominci ad interrogarsi sulla Casale del 2015 e cioè a domandarsi che cosa sarà della nostra vita cittadina fra dieci anni.
Dobbiamo guardare avanti con realismo, ma anche con speranza.
Attribuisco a questo orizzonte anche l’impegno della mia Terza Visita Pastorale che indìco proprio oggi nella festa del santo Patrono.
Consegnando ai Vicari Foranei il decreto di indizione della Visita che sarà letto al termine di questa celebrazione, intendo impegnare me stesso e la nostra comunità ecclesiale proprio a questo: dare testimonianza della speranza che è in noi.
Incomincio dalla città che visiterò lungo questa annata pastorale, augurandomi di trovare nelle parrocchie e nelle aggregazioni laicali la piena e solidale collaborazione sia alla lettura del nostro momento sociale e pastorale sia all’auspicabile prospettiva della nuova evangelizzazione che urge, anche nella nostra esperienza locale.
Siamo debitori a questa città e a questo territorio della nostra incondizionata dedizione.
Diremo anche noi come l’apostolo Pietro allo storpio della “Porta bella” del tempio di Gerusalemme :
Non ho né oro, né argento: quello che ho te lo dò: nel nome di Gesù Nazareno, alzati e cammina!”. (Atti, 3,6).
Ma detto questo, sempre secondo il racconto degli Atti: “Pietro lo prese per la mano destra e lo aiutò ad alzarsi”. (Atti, 3,7).
È questo il senso della nostra Visita Pastorale alla città e della festa patronale che oggi celebriamo: stendere la mano alla città e aiutarla ad alzarsi.
Non che pretendiamo di compiere miracoli o di presentarci come orgogliosi interpreti della vita cittadina.
Sappiamo infatti che ci mancano con “l’oro e l’argento”, anche tanti mezzi umani di scienza, di potenza, di qualità e di forza.
Ma abbiamo “Gesù Risorto, speranza del mondo”.
Stretti attorno a lui “pietra viva” vogliamo essere in grado di rendere a tutti ragione della speranza che è in noi.
Sant’Evasio, testimone antico e sempre nuovo, ci sorregga e ci sproni.
Il pane benedetto che in suo nome distribuiamo sia segno della fraterna condivisione di speranza che offriamo alla nostra gente, nel suo nome e nel suo ricordo.
Così sia.

Questa nostra Chiesa in mezzo alla Città (Sant'Evasio 2004)

Questa solenne celebrazione della Festa del Santo Patrono apre ufficialmente il Triennio di preparazione al grande avvenimento del Nono centenario del Duomo.
Consacrato dal Papa Pasquale II il 4 gennaio 1107, il Duomo dedicato a Sant’Evasio, divenuto successivamente Cattedrale della Diocesi, è il monumento in cui si riassume, per così dire, la storia secolare della città.
Una storia di nove secoli, dentro la quale si sono succeduti avvenimenti religiosi (ne abbiamo ricordato il più significativo nell’Anno Evasiano concluso lo scorso anno), ma anche avvenimenti civili, sociali e culturali che costituiscono l’humus della civiltà casalese e del territorio monferrino.
L’importanza dell’avvenimento nove volte centenario, che intendiamo preparare con un triennio di impegno pastorale, mi ha suggerito il titolo della Lettera Pastorale che oggi consegno idealmente alla Diocesi.
Ho scelto questo titolo che è anche il titolo di questa festa pastorale: “La nostra Chiesa in mezzo alla città”.
L’icona è sotto gli occhi di tutti: questo splendido antico Duomo, e soprattutto il suo straordinario Nartece Romanico , è evidentemente il centro e il cuore di questa città.
Essa vi si è costruita attorno, pietra dopo pietra, case, vie, piazze e struttura urbanistica.
Ma tutto ciò è un simbolo: la città dell’uomo (le sue istituzioni, le sue famiglie, la sua palpitante esistenza) si stringe attorno ad un centro che è la Chiesa “dimora di Do con gli uomini”, per rifarci alla bella pagina dell’Apocalisse che abbiamo appena ascoltato.
Indubbiamente il linguaggio figurato e i simboli di quel testo biblico appartengono ad un’altra civiltà e cultura. Ma, come tutta la Parola di Dio, offre spunti di perenne attualità.
L’Urna del Santo Patrono, attorno alla quale siamo riuniti, dentro questo splendido contenitore di inossidabile forza e di struggente bellezza, può ben essere interpretata come un altro, diverso ma convergente, segno della “dimora di Dio” in mezzo alla nostra città.
Risuona anche in questo antico tempio la voce che - secondo l’apocalisse- esce dal Trono:
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno il suo popolo
ed egli sarà il "Dio-con-loro.
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno”.(Apoc 21 3/b- 4a).
È una promessa.
Il segno della “Dimora” è questo: una profezia di speranza per la città dell’uomo abita dall’amore di Dio.
C’è un Salmo che dice testualmente:
“Se il Signore non costruisce la città, invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città invano veglia il custode” (Salmo 127).
Invano dunque vi faticano coloro che costruiscono, senza questo fondamento e prescindendo da questo centro e questo cuore.
Ma di quale conio deve essere questa presenza così incisiva nella storia e nella vita della città dell’uomo?
Solo simbolicamente essa è indicata dalle pietre ben levigate, ornate e ordinate, del nostro Duomo.
In verità, andando oltre il simbolo, il fondamento morale della nostra città è la “nostra Chiesa”.Cioè quell’edificio spirituale che nel corso dei secoli ha incarnato il Vangelo, in una comunità che ha reso presente Cristo Salvatore nella storia di questa città.
E ora quell’edificio spirituale siamo noi: io vostro vescovo, voi cari sacerdoti e diaconi che così numerosi raffigurate qui tutto il nostro presbiterio diocesano e voi tutti, religiosi e laici di questa santa Chiesa Evasiana.
Siamo noi la chiesa in mezzo alla città dell’uomo: chiesa che comunicando il Vangelo in un mondo che cambia, continua ad essere segno di speranza per il futuro della città.
“Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13), ci è stato detto e solennemente ribadito questa sera.
E l’immagine della “Città sul monte”, che Gesù utilizza per illuminare il ruolo dei suoi discepoli nella storia, risuona quanto mai suggestiva in questa nostra solenne assemblea.
Sì, vogliamo e dobbiamo essere sale, luce e città sul monte: essere, cioè, in mezzo alla città degli uomini un segno levato in alto, come questo stupendo Cristo glorioso che da secoli domina la nostra Cattedrale: icona di Pasqua, icona di speranza.
Segno innalzato in mezzo alla città, profezia per il futuro, così come è stato forte e suggestiva testimonianza nei lunghi secoli di storia passata.
Ma, per uscire dalla retorica, dobbiamo interrogarci sull’attuale responsabilità che ci riguarda come Chiesa di fronte alla città.
La città guarda alla Chiesa, spesso con occhi di speranza, ma talora anche con ansiosi interrogativi e qualche non larvata perplessità.
Questa città, ma con essa tutto il territorio, vive giorni di preoccupazione su molti fronti e ore di ansiosa attesa su altri ancora.
Incombe ognora la sottile paura di un’aria resa irrespirabile, anzi pericolosa per l’inquinamento pluridecennale dell’Eternit e problematizzata dalle ricorrenti sofferenze fisiche e morali che la nobile lotta contro il tumore non riesce a lenire.
È come un simbolo, questo, dei molti altri mali di cui la città dell’uomo oggi soffre: l’inquinamento delle coscienze e l’ obnubilamento delle scelte morali.
Ogni settimana sono uccisi esseri umani nel grembo delle loro infelici madri e il veleno di una cultura permissiva e omicida penetra nei cuori e nella mentalità dominante: al flagello dell’aborto si sta aggiungendo ora quello della procreazione, cosidetta assistita, ma che per la verità, è innaturale e drammaticamente occisiva.
E se dovessimo indugiare nel pessimismo, avremmo da dire altre cose. Come, per fare un esempio, quel certo risorgente ribellismo giovanile, dietro al quale sono bene evidenti i fili tirati da certi burattinai.
E ancora: le difficoltà sottilmente diffuse nel mondo del lavoro e dell’imprenditoria che ogni tanto affiorano provocando allarmismi e tensioni, anche nei nostri tranquilli territori.
E la povertà crescente di famiglie e persone che non riescono a giungere alla fine del mese in condizioni serene e, spesso, non riescono a connettere pranzo e cena o ad affrontare contemporaneamente le spese per il caro-affitti e il peso delle utenze indispensabili.
Per non dire delle condizioni spirituali delle famiglie che facilmente si sfasciano, dei minori che sono lasciati allo sbando, degli anziani e malati che vedono scarse sicurezze davanti al loro futuro.
Non per indulgere al catastrofismo dico queste cose, ma per rafforzare il nostro impegno di Chiesa a tergere “ogni lacrima” (Apoc 21,4) e perché più non ci sia “morte né lutto, né lamento, né affanno”. (Apoc 21,4).
“Una Chiesa in mezzo alla città” significa tutto questo: cioè una presenza di speranza, una responsabile iniezione di novità: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” continua l’Apocalisse (Apoc 21,5).
La nostra città, è carica di positive opportunità: non le mancano risorse.
Le sue istituzioni sono fiorenti, le sue strutture, civili ed economiche, sono solide, le sue potenzialità sono rilevanti.
Ma questa città, pur nel suo sostanziale equilibrato benessere (anzi proprio per questo), ha urgente bisogno di un’anima spirituale che ne sorregga le energie e ne incanali le forze.
La presenza della Chiesa ( la “Dimora di Dio”) può essere questa energia spirituale purché noi- “la nostra Chiesa”- sappiamo starle vicino, anzi “in mezzo”.
Ma non solo nella simbologia del Duomo in mezzo alla città, ma piuttosto nella realtà di una Chiesa che sta in mezzo alla gente e ne interpreta le gioie e le speranze.
La Lettera Pastorale che vi sto presentando termina con una breve pagina del Card Martini, tratta da quel testo che egli ci volle indirizzare in occasione dell’inaugurazione dell’Atrio Ritrovato.
Leggendo la simbologia del Nartece il Presule scriveva:
Il Nartece esprime un momento della vita ecclesiale, cioè il dialogo continuo della Chiesa con la società. È un dialogo nel quale la Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II fa sue le gioie e le speranze, le sofferenze e le tristezze della gente. Si pone in ascolto, recepisce le istanze, si sforza di comprenderle.
Il Nartece significa anche le risposte di fede e gli orizzonti di speranza che la Chiesa elabora per la società, immettendo in essa quei valori spirituali e morali di cui ha bisogno per orientarsi nel vivere quotidiano.
Il testo è limpido e illuminante su ambedue i fronti: quello della città e quello della Chiesa.
Come deve essere la nostra Chiesa perché sia “sale, luce e città sul monte”., è ben detto anche nella seconda Lettura di questa liturgia.
Paolo, scrivendo ai Romani, traccia un identikit di comunità cristiana, valido anche per noi.
Dopo aver raccomandato di non conformarsi alla “mentalità di questo secolo” ( Rom 12,2), l’Apostolo ci indica, ci traccia un itinerario di valori morali in una specie di sintetico “vademecum”.
Lo rileggiamo come appello alla coscienza di tutti:
“La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene: amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per la necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto”. (Lettera ai Romani 21, 9-15).
Ecco un tracciato di impegno per tutti noi.
Alla nostra città siamo debitori di questa robusta presenza.
“Non possiamo adagiarci- scrivo nella Lettera Pastorale- sugli allori della storia” , anche se ci accingiamo a celebrare i nove secoli di questo splendido Duomo.
È un impegno epocale che ci viene richiesto da un tale avvenimento.
L’impegno ad essere “chiesa in mezzo alla città”, chiesa nel mondo contemporaneo, chiesa per l’uomo e per la gente, chiesa calata nella storia come la “città santa, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa per il suo sposo”. (Apoc 21,4).
Sì, la “dimora di Dio con gli uomini” (Apoc 21,4).
Una chiesa- la nostra- in mezzo alla città.