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Ultimamente in questi giorni (Natale 2006)

È sempre affascinante l’incipit della Lettera agli Ebrei che la liturgia ci fa leggere il giorno di Natale.
“Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”.
Il Figlio, dunque, come l’ultima e definitiva Parola.
La Parola, infatti- Il Verbo- era presso Dio- in principio- e il Verbo era Dio.
La Parola era in principio presso Dio.
E la Parola- il Verbo- si è fatto Carne.
Carne di un uomo, nel grembo di una vergine.
Carne, perché ogni carne di uomo trovasse salvezza.
La carne dell’Unguento del Padre, pieno di grazia e di verità.
Quella carne- del Bambino di Betlemme – della cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.
Questo il grande Mistero del Natale. Quando ce ne ha parlato l’evangelista Luca, ed è stato solo questa notte, ha inserito l’avvenimento dentro le coordinate della storia, della nostra storia.
“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che i facesse il censimento di tutte le terre...”.
Il nome dell’Imperatore di Roma e il suo tempo fanno così da sfondo all’evento di Betlemme sepolto- in apparenza- in un angolo oscuro della civiltà romana, dominata dal mondo di allora.
Ma Cesare Augusto è passato, con il suo impero e l’orgoglio del potere di Roma.
Ma il bambino di Betlemme ancora ci parla: ultimamente, in questi giorni.
L’autore della Lettera agli Ebrei non ha dubbi: egli è la Parola, ultima e definitiva, che- entrata nella storia dei tempi del censimento di Cesare Augusto, rimane per sempre.
In questi giorni, tutta la terra ha venduto la salvezza del Signore.
L’abbiamo ripetuto con il salmo 97, che profeticamente cantava:
Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia.
Tutti i confini della Terra (ben oltre dunque l’impero di Cesare Augusto) hanno veduto la sua salvezza”.
In effetti il Natale di Gesù, si colloca dentro le coordinate del tempo e dello spazio, ma le trascende.
Il tempo che scorreva al tempo dei profeti- quando multifacie, multisque modis Dio parlava, si è come inchiodato in quella notte quando ai pastori è stato detto: “Oggi è nato per voi un Salvatore che è il Cristo Signore...”.
Oggi, cioè come dice la lettera agli Ebrei “Ultimamente, in questi giorni....
Il tempo, dunque è segnato dall’evento natalizio.
Ma anche lo spazio, poiché avvenuto al tempo del censimento di tutta la terra, esso è stato veduto da tutti i confini della terra.
Evento universale, tanto che oggi resta per noi la parola fatta carne.
È questa dimensione trascendente del Natale che ce lo rende contemporaneo: contemporaneo di tutti i tempi, anche del nostro; compresente a tutte le beatitudini, ai confini del mondo.
Attualità del Natale.
E non solo perché esso si celebra dappertutto e da duemila anni.
Soprattutto per la sua forza instrinseca, per il mistero di grazia che contiene, per il valore immutabile del suo messaggio.
Ce ne aveva lasciato intendere qualche barlume l’esultanza del profeta Isaia(.....)
In effetti è questa la grande attualità del Natale: la certezza, fatta Bambino, la parola fatta carne.
Sì, Dio ci ha salvati.
Ultimamente, in questi giorni.
E che anche questi giorni abbiano bisogno di salvezza e di speranza, è sotto gli occhi di tutti.
L’umanità è travagliata come sempre-forse- ma ora il suo travaglio è sotto gli occhi di tutti: ogni giorno la grandiosa comunicazione globale dei “media” ci illustra un’umanità sofferente, tragica, drammatica: le guerre fratricide, mai sopite, pronte ad esplodere in ogni quadrante della terra; le radicate ingiustizie della fame,della miseria, del sottosviluppo; l’assurdità di un mondo di esagerato benessere fino alla sazietà in presenza di un altro mondo mancante di tutto.
Ma ancora di più: proprio là dove- come nella nostra Europa, più alto è il tasso della civiltà e della cultura, sembra oscurarsi sempre di più con il senso religioso anche l’ordine morale condiviso: siamo in una decadenza etica, proprio dove più vuole affermarsi la civiltà del libero pensiero.
Si sopprimono esseri umani nel grembo delle madri; si attenta alla vita umana per falsa pietà; si intacca il senso comune sbriciolando la famiglia, ci si accanisce a voler produrre la vita in laboratorio.
E con tutto ciò si crede di affermare la dignità e la libertà dell’uomo, proprio mentre la si calpesta.
Ultimamente, in questi giorni.
Nell’”ultimamente”, in questi giorni Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio”.
Un giorno santo e spuntato per noi- abbiamo proclamato tra i due alleluia- Oggi una splendida luce è discesa sulla terra.
Il verbo- la Parola- si è fatta carne.
E ogni carne vedrà la salvezza.

Veglia di Natale 2006

Il racconto del Natale, donato alla persona brillante e poetica dell’Evangelista Luca è contrappuntato in questa liturgia della Notte santa dalla pagina profetica di Isaia e dalle parole di Paolo nella lettera a Tito.
I tre testi che abbiamo ascoltato hanno in comune un annuncio:
Isaia: un bambino è nato per noi, ci è stato donato un Figlio.
Paolo: È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza.
Luca: Vi annuncio una grande gioia: oggi vi è nato un Salvatore.
Ma ciò che è stupefacente nel Vangelo di Luca è che il segno dato ai pastori è un ben povero segno rispetto alla grande gioia per un Salvatore.
“Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”.
C’è una evidente sproporzione fra il segno (un bambino) e l’annuncio altisonante della grande gioia.
È la stessa sproporzione del testo di Isaia fra “il popolo che camminava nelle tenebre, il giogo dell’oppressore, il bastone dell’aguzzino e l’annuncio di un Bambino che porta “sulle spalle il segno della sovranità”.
Ha ragione dunque Paolo che non parla propriamente di un bambino, come Isaia e Luca, ma parla delle grazie di Dio, apportatrice di salvezza.
Il bambino di Luca e di Isaia è “grazia di Dio per l’umanità”.
E se appare sproporzionato il piccolo segno di un Bambino nella mangiatoia, tutto si fa luce seguendo quel Bambino è “grazia di Dio, apportatrice di salvezza”.
Proviamo a rileggere il contesto in cui si colloca questo singolare annuncio.
Per Isaia è la condizione miserevole del suo popolo del quale il profeta vuole sostenere una speranza di futuro, contraddetta dal drammatico presente.
Il popolo che camminava nelle tenebre e “coloro che abitavano in terra tenebrosa”: ecco una pennellata di colore che ben definisce, per allora e per sempre, la drammatica condizione umana avvolta nelle tenebre.
E il profeta spiega, con il linguaggio del tempo la condizione di un popolo schiavo: “il giogo dell’oppressione, la sbarra sulle spalle, il bastone dell’aguzzino”.
Non ci vuole molta fantasia per interpretare questa profezia che travalica i secoli.
Anche oggi, anche la nostra orgogliosa civiltà è avvolta da misteriose tenebre: la negazione di Dio e della sua Grazia; l’orgoglio di voler fare da sé escludendo dal suo orizzonte la salvezza offerta in Cristo; la babele delle parole e delle idee per cui male e bene si confondono a seconda del proprio comodo o della propria ideologia; lo smarrimento di un comune sentire per cui non si trovano più le ragioni profonde per una convivenza pacifica e solidale; e soprattutto le nuove, moderne oppressioni della libertà, attraverso i sofisticati meccanismi della politica e della manipolazione dell’opinione pubblica.
E proprio mentre la nostra civiltà sembra toccare vertici di assoluto progresso, ci accorgiamo che sempre più barbarico è il rapporto fra nazioni e famiglie, tra popoli e persone.
Anche gli avvenimenti di questi giorni ci allarmano: se non si trova più il lume della ragione per distinguere la famiglia di altre forme di convivenza, volendole tutte parificate, vuol dire che barcolano tutti nelle tenebre.
E se non troviamo più le ragioni per affrontare malattie e morte con virile coraggio, anzi, per una falsa pietà, indulgiamo all’eutanasia come soluzione dei problemi ultimi dell’esistenza umana, ciò vuol dire semplicemente che le tenebre ci avvolgono, come l’antico profeta ci ha scritto.
Se assistiamo impotenti a questa nuova strage degli innocenti (non per caso connessa con il Bambino di Betlemme) per cui milioni di esseri umani vengono trucidati nel ventre delle loro madri, grazie all’infausta prassi dell’aborto per di più legalizzato, anzi usato come tecnica addirittura per tentare l’orgogliosa avventura della creazione artificiale della vita, ciò vuol dire semplicemente che le tenebre ci avvolgono e con il popolo intero cammina nella notte .
Ma ecco il colpo di remi: ecco l’annuncio “Un bambino è nato per noi”.
Ritornando a Lui, amore rivelato nel bambino, torneremo a “rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo.
E così sia.

Per una speranza viva (Natale 2005)

“Per una speranza viva” è la parola con cui si apre la I lettera di Pietro, il cui messaggio fa da sottofondo per il cammino di preparazione che la Chiesa italiana si è data, guardando avanti al Convegno ecclesiale nell’autunno 2006 con il tema- programma: “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.
Ho voluto parlarne distesamente nella messa di mezzanotte e voglio riprendere il tema ora che ci ritroviamo nella luminosa solennità del giorno.
Voglio parlarvi della speranza perché questa mi sembra essere effettivamente la qualità di questo Natale.
Di luminosa speranza è intriso il brano del profeta Isaia, che abbiamo letto come primo in questa ricca e suggestiva liturgia della Parola.
Di fronte al “messaggero” che viene annunciando la salvezza ,il profeta provoca il suo popolo alla speranza . E ce n’era bisogno nei tempi calamitosi in cui viveva il profeta.
“Senti?- insinua la sua voce- Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano la gioia (...). Prorompete insieme in canti di gioia (...) perché il Signore ha consolato il suo popolo (Is. 52,7 e ss)
E “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (Is 52,10).
Si dirà che era un altro tempo, che si alludeva al ritorno in patria degli esuli, che la festa sarebbe durata ben poco.
Ma attenzione, quando noi leggiamo nella liturgia le parole della Bibbia esse assumono una coinvolgente attualità.
Ce ne dà una chiave di lettura questo famoso e folgorante “incipit” della Lettera agli Ebri che abbiamo assaporato nella II lettura.
Eccolo:
“Multifaria multisque modis”.
“Molte volte e in molti modi Dio aveva parlato nei tempi antichi, per mezzo dei profeti: ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. (Ebr. 1.1).
Sì, in questi giorni infatti “Verbum caro factum est et habitavit in nobis”. (Gv 1,14)
Latino facile e suggestivo che abbiamo spesso ripetuto nella celebre preghiera dell’Angelus Domini e che oggi ci è stato riproposto nel sontuoso contesto del Prologo del Vangelo di Giovanni.
“In principio erat Verbum et Verbum caro factum est”. (Gv 1,14)
É questa la notizia di oggi: che “ultimamente, in questi giorni, Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio, il Verbo fatto carne nel grembo di Maria.
La speranza cristiana- quella che la Prima lettera di Pietro chiama “speranza viva” è fondata sull’attualità di questo avvenimento, come dice l’Angelo ai Pastori, secondo il vangelo di Luca che abbiamo accolto nella notte.
“Oggi è nato per voi un Salvatore”. (Lc. 2,11).
Ultimamente, in questi giorni, ecco l’attualità della speranza viva.
Soffermiamoci brevemente sulla ricchezza della pagina evangelica la cui attualità è perfino commovente.
Dopo aver illuminato l’orizzonte con la visione del Verbo che era presso Dio, fin da principio, e anzi era Dio, l’evangelista Giovanni, con grande speranza, cultura e poesia, traccia una scia di luce che dall’infinito Iddio scende fino alla nostra sconcertata umanità.
“In lui- nel Verbo- era la vita e la vita era la luce degli uomini.
La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta”. (Gv.1,passim)
Drammatica (e non solo letterariamente felice) questa contrapposizione tra tenebre e luce e cioè fra morte e vita.
Drammatica e attuale.
La vita infatti, oggi forse più che mai, è tradita e umiliata.
E la luce è oscurata, rifiutata, derisa.
Davvero le tenebre stanno rivelando la loro vittoria.
E il dramma del rifiuto della luce si va rinnovando: “venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11).
Ci viene da dire che l’attualità del Vangelo è in effetti sconvolgente.
Tutto ciò che sembra confinato negli avvenimenti di molti secoli fa , sembra avvenire “ultimamente”, in questi giorni. Anzi oggi. In questo Natale.
Ma se è attuale l’ombra delle tenebre e del rifiuto della vita e della luce, è però estremamente attuale la forza della testimonianza.
Dice infatti il Vangelo: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni “ ( Gv. 1,6) (Al di là delle pure assonanze di nomi, ben tre Giovanni sono venuti in questo passato secolo a dar testimonianza).
Continua infatti l’evangelista:
“Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce”. (Gv. 1,7).
É il compito perenne della Chiesa e di noi che ne siamo parte.
Rendere testimonianza. Proprio come ci solleciterà il Convegno ecclesiale al quale ci prepariamo: “Testimoni di Gesù, speranza del mondo”.
Natale di speranza il nostro perché siamo chiamati a rendere testimonianza alla luce che è speranza del mondo.
Se vogliamo insistere sulle tenebre, ne potremmo avere mille ragioni.
Ma noi siamo “Testimoni di speranza”.
E dunque dobbiamo far fede a ciò che l’evangelista Giovanni afferma in questo suo sconvolgente prologo: “A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12 ).
É su questa certezza che si fonda la speranza, di cui siamo chiamati a dare testimonianza.
O per dirla con la Prima Lettera di Pietro “a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi”. (I Pt. 3,15).
La certezza è lapidariamente espressa dal Vangelo annunciato in questo luminosissimo giorno: E il verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi: e noi vediamo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).
In effetti noi abbiamo fra le mani questo Vangelo e oggi noi lo proclamiamo in tutta la sua forza di “grazia e di verità”.

Le ragioni della speranza (Veglia di Natale 2005)

Il tema della speranza è d’obbligo in questo Natale. E ve ne do ragione subito. Abbiamo iniziato in tutte le Chiese d’Italia, il cammino pastorale verso il Convegno Ecclesiale che si terrà a Verona in ottobre, con il tema “Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo”.
E benché questo sembri piuttosto un tema pasquale (è dalla risurrezione di Gesù che nasce la speranza del mondo), tuttavia già dalla nascita del Salvatore- il nostro Natale- ha inizio il cammino della speranza, per tutta l’umanità.
Ce lo suggeriscono le splendide letture che ci hanno illuminato in questa santa Notte.
Esplicitamente la parola speranza è contenuta nel breve testo dell’Apostolo Paolo nella sua lettera al discepolo Tito.
Dice: “è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tt.2,11)
E il riferimento è evidente: è il Bambino di Betlemme, questa grazia che è apparsa a portare salvezza.
E ciò risulta chiaro dal seguito della parola di Paolo che aggiunge: “Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tt. 2,13)
Se Gesù è il Salvatore di cui attendiamo la manifestazione (e il Natale, con l’Epifania, è proprio il grande avvenimento della manifestazione del Signore), allora è certo che la grazia “apportatrice di salvezza” è proprio Lui, il Bambino “avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia”. (Lc 2,7).)
Era stato dato proprio questo “segno” ai pastori abbacinati dalla luce di quella grande notte.
L’abbiamo ancora udito nel vangelo di Luca che domina la nostra assemblea in questa luminosa notte.
Ci ha detto l’Evangelista: “c’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro”non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato, nella città di Davide, un Salvatore che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia” (Lc 2,8-12).
Quello che fu il segno per i pastori della lontana notte di Betlemme, è ancora il segno per l’uomo e il mondo di oggi. Un segno di speranza.
Abbiamo ascoltato la profezia di Isaia, suggestivo richiamo alla luce in questa notte.
“Il popolo che camminava nelle tenebre, vide una grande luce: su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.
Hai manifestato la gioia, hai aumentato la letizia...... (Is 9,11 e ss)
Come l’angelo che annuncia una “grande gioia che sarà di tutto il popolo” anche il profeta si fa profeta di gioia e di letizia.
E che cosa può dare gioia ad un popolo che cammina nelle tenebre se non una “grande luce?..
Dunque: grande la luce, grande la gioia e, di conseguenza, grande la speranza.
Sono tempi questi, quelli in cui viviamo, non inclini alla speranza.
Se volessimo fare l’elenco delle condizioni umane in cui la speranza sembra progressivamente spegnersi al soffio dei venti gelidi dello sconforto e della paura, per non dire della disperazione, rischieremmo di offuscare anche la luce del Natale che pure brilla nei nostri cuori.
Eppure la luce del Natale non ci fa velo di fronte alle disperazioni del mondo e la speranza che il Natale suscita nei nostri cuori non è la speranza futura di chi chiude gli occhi di fronte alle miserie degli uomini e del mondo.
Anzi sono proprio queste che generano la vera speranza .
Quarant’anni fa si concludeva il Concilio: i Padri davano allora al mondo un grande messaggio di speranza, aprendo l’ultimo documento con queste storiche parole: Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze , le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (G et S 1,1,).
Come è suggestivo questo testo conciliare!.
Esso, come un “leit motiv” si ripercuote su tutto il prezioso documento: la “Gaudium et Spes”.
“Mai il genere umano- è detto nell’esposizione introduttiva- ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica, e tuttavia una grande parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociale e psichica. E mente il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, a causa di forze tra loro contrastanti, violentemente viene spinto in direzioni opposte; infatti permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, né è venuto meno il pericolo di una guerra totale capace di annientare ogni cosa. Aumenta lo scambio delle idee, ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie, significati assai diversi. Finalmente con ogni sforzo si vuol costruire un ordine temporale più perfetto, senza che cammini, di pari passo, il progresso culturale.
Immersi in così contrastanti condizioni, moltissimi nostri contemporanei non sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente con quelli che man mano si scoprono. (Gaudium et Spes...)
Pensiamo al valore della vita umana minacciata fin dal suo concepimento e addirittura violata da mani sacrileghe (e spesso prezzolate) nel suo stesso sorgere.
E pensiamo ai tanti altri valori come l’onestà negli affari, il rispetto della dignità umana, la struttura stessa della famiglia fondata sul matrimonio e non su umilianti carnevalate, stravaganti e offensive perfino dal buon senso.
In effetti la grande crisi di speranza nasce dalla crisi dei valori, travolti da un’insensata cultura di un nichilismo individualista che ha fatto smarrire ogni senso oggettivo e referenziale
Gioie e speranze, in effetti, sono commiste con tristezze e angosce, lasciando così intendere che la speranza cristiana non è per nulla una incosciente illusione che non tiene conto della realtà. Ma, che proprio perché nasce nel cuore della realtà dei poveri e di quelli che soffrono, è una speranza autentica e non illusoria.
Essa infatti si fonda non su facili ideologie o su mistificanti fantasie, bensì su di un solido fondamento: Gesù, il Signore.
Ci viene ancora in soccorso la splendida pagina di Isaia: “davanti a te gioiscono, come si gioisce quando si miete ( perché la mietitura nella gioia è sempre preceduta dalla fatica della semina e dal lavoro) e come si esulta quando si divide la preda ( perché anche la vittoria è figlia di lotta, di sangue e di morte).
E continua il profeta: “hai spezzato il giogo, la sbarra sulle spalle e il bastone dell’aguzzino”.
Immagini corusche, per indicare, senza infingimenti, una realtà dura e complessa: non solo dell’antico popolo a cui faceva riferimento Isaia, ma di ogni umanità in ogni storia e tempo.
“Poiché un bambino è nato per noi: ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle il segno della sovranità.... Ed è chiamato “principe della pace”. (Is 9,5).
Ecco la ragione della speranza cristiana: questo bimbo, questo figlio. Questa “grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”.. (Tt. 2,11).
Questa è infatti la “beata speranza” e “la manifestazione del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo”. (Tt 2,13 ).
Aveva ragione il Papa Leone Magno di cui abbiamo letto, come apertura liturgica alla nostra celebrazione, un brano dell’omelia di Natale .
“Il nostro Salvatore è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita (....).
Nessuno è escluso da questa felicità (...)
Esulti il santo perché si avvicina il premio, gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita (omelia di San Leone Magno).
Non dunque un’esultanza superficiale e facilona, ma una speranza ben fondata: fondata su questa inconfutabile certezza: “Oggi è nato un salvatore, che è Cristo Signore (Lc ). Stringendovi a Lui, pietra viva- ci raccomanda l’apostolo Pietro nella sua Prima lettera - adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi “ (I Pt. 3,15).

Auguri si, ma perchè? (Natale 2005)

Quand’è Natale, ci si spreca negli auguri. E senza domandarsi mai che cosa possano voler dire.
Non ne sono sicuro, ma vorrei provare a dare un contenuto a questa bella ma usurata consuetudine degli auguri natalizi.
Per molti, ormai, si riducono ad auguri, di “buone feste”, comprendendo l’anno nuovo che, nel suo inizio, appartiene al complesso delle feste di Natale.
E fin qui tutto è chiaro: augurare a parenti ed amici un buon anno fin dal suo inizio è certamente cosa gradita e bella.
Ma allora il Natale che c’entra?
Ecco perché vorrei tentare un’altra pista.
Siamo in un ambiente, tutto sommato, con radici cristiane, anche se attorno a noi molti, ormai, vivono un clima di forte secolarizzazione.
Ma all’origine (anzi alla radice) resta per tutti un qualche più o meno lontano riferimento al Natale come festa cristiana: la nascita, nella storia, di Gesù.
Così un vago sentimento religioso aleggia nelle canzoni “(Astro del Ciel” o “Tu scendi dalle stelle”) e spesso anche nelle cartoline d’augurio o nelle tradizioni popolari, dal presepio all’albero.
Ma vorrei andare anche un po’ oltre. Perché con gli auguri ci scambiamo spesso anche dei doni e i bambini addirittura aspettano “Gesù Bambino?” (Il Babbo Natale non l’ha ancora definitivamente oscurato).
Forse è qui la chiave di tutto: perché in effetti all’origine delle feste che ci auguriamo “buone” sta un fatto incontestabile: Dio ci ha fatto un dono immenso, dandoci come fratello il suo Figlio Unigenito.
Gesù Bambino è il più bel regalo di Natale e la causa ultima di tutti i nostri regali e i nostri auguri.
Auguro a me e a tutti gli amici che mi leggeranno un “Buon Natale” e cioé una grande gioia al pensiero che “un Fanciullo è nato per noi e un Figlio ci è stato donato”.
La radice della festa è Lui, questo “Fanciullo”, questo Figlio di Dio, fratello di tutti e per tutti, buona notizia di speranza e di pace.

+ Germano Vescovo

Nell'anno Eucaristico (Natale 2004)

Il Prologo di Giovanni, che ogni anno a Natale risuona nelle nostre chiese, culmina con quella forte e commovente espressione, tutta da meditare nell’esultanza delle feste natalizie: Verbum caro factum est”. Il Verbo si è fatto carne.
La carne è la componente coessenziale dell’uomo e ne concretizza l’identità.
Così avviene che il Verbo che era in “principio presso Dio”, anzi era Dio, ha assunto questa nuova identità: la carne di un uomo, formatosi lungo nove mesi nel grembo virginale di Maria e venuta alla luce in Betlemme di Giudea, dove s’udì il suo primo vagito, come di qualunque altra carne che viene in questo mondo.
Mirabile avvenimento!
L’incarnazione di Dio e la sua nascita nel tempo, continua a presentarsi nella storia della civiltà umana come l’avvenimento unico ed irripetibile.
È questa l’originalità della fede cristiana rispetto a tutte le altre fedi religiose che la storia ha prodotto o di cui è diventata testimone.
Un Dio fatto carne è l’inaspettato mistero che noi oggi celebriamo.
Come ci rivela l’ “incipit” famoso della Lettera agli Ebrei. “Multifarie multisque modis....”.
“Molte volte e in diversi modi Dio aveva già parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti. Ma ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. (Ebr 1.1).
Eppure, di meraviglia in meraviglia, la fede ci accompagna ad un nuovo grande mistero: quello dell’Eucaristia che in quest’anno il Santo Padre ci ha proposto per la nostra ammirazione.
Se è vero che “Verbum caro factum est (e questo è il Natale) “Verbum panis factum est (e questa è l’Eucaristia).
Sì, lo stesso Verbo che si è fatto carne, qui ora, sotto i nostri occhi, offuscati di meraviglia, si è fatto pane.
“Io sono il pane di vita” (Gv 6,35): così nel Vangelo di Giovanni, Gesù stesso dice di sé e aggiunge, fino a scandalizzare i suoi attoniti ascoltatori: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51,b).
“ I Giudei, allora – commenta l’apostolo Giovanni- discutevano fra di loro, dicendo: “Come può costui darci da mangiare la sua carne?”. (Gv 6,53).
Della sua carne, dunque si tratta, non di qualunque pane che, come la manna, già avevano mangiato i loro padri nel deserto.
La sua carne per la vita del mondo.
Così il Verbo fatto carne è il Verbo fatto pane: come l’Incarnazione, è mirabile il sacramento dell’Eucaristia!
“La mia carne infatti - precisa lo stesso Verbo- è vero cibo (...) Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiavano i vostri padri e sono morti. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,55-58).
Non vi può essere equivoco, tanto le parole evangeliche suonano semplici, secche, apodittiche.
È lo stesso vangelo di Giovanni che, con coerenza di linguaggio, afferma che il Verbo si è fatto carne e che quella carne è il pane disceso dal cielo.
Afferma con ragione il santo Padre nella sua recente Enciclica sull’Eucaristia: “L’Eucaristia si pone in continuità con l’Incarnazione”....
Infatti quel corpo (quella stessa carne!) offerto in sacrificio e ripresentato nel segno del pane è lo stesso corpo (la stessa carne) concepito nel grembo di Maria.
Per questo il Papa deduce una conseguenza di spiritualità eucaristica assai suggestiva: C'è pertanto un'analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell'Angelo, e l'amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva « per opera dello Spirito Santo » era il « Figlio di Dio » (cfr Lc 1,30–35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l'intero suo essere umano- divino nei segni del pane e del vino......
E c’è un’analogia sorprendente fra Maria che nella fede concepisce il Verbo offrendogli carne umana nel suo grembo e la Chiesa che, nella sua fede eucaristica, accoglie e adora il pane della vita.
“Maria - scrive il Papa- ha anticipato nel mistero dell’Incarnazione, anche la fede eucaristica della Chiesa”.
Davvero Verbum caro -
Verbum panis.
E questo Natale, nell’Anno Eucaristico, di questo mistero è l’ostensione,la manifestazione, l’Epifania.
Se c’è un’immagine che qualifica il Natale è quell’umile presepe su cui Maria è piegata maternamente in adorazione del Verbo fatto carne: “Verbum caro factum est”.
E, analogamente, in questo Natale la Chiesa, mirabilmente raffigurata in Maria, si china adorante davanti al mistero Eucaristico, dove quella carne (Ave verum corpus, natum de Maria Virgine), si è fatto pane.
“Verbum panis factum est!”.
È ancora il Papa che ci offre uno scorcio di alta poesia:
“Lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerlo tra le sue braccia, non è forse l’inarrivabile modello di amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica?”.
L’immagine e il paragone sono pieni di spirituale suggestione
Davvero il Natale dell’Anno Eucaristico ci pone di fronte ad un duplice mistero: l’Incarnazione del Verbo e il dono della sua carne nell’Eucaristia.
Una duplice icona di un unico mistero: la carne, la Sua carne, per la vita del mondo.
A buon diritto riecheggiano le antiche parole del profeta: Il messaggero di lieti annunci, è tornato fra noi”(...) .
“Prorompete in canti di gioia” (Cfr prima lettura)
Tutti i confini della Terra, meravigliati e attoniti, contemplano il mistero del Verbo fatto carne e fatto pane di vita per la salvezza del mondo: per la sua pace, per la sua vita.
Amen

Il Natale e la città (Veglia di Natale 2004)

Il racconto di Luca ci meraviglia ogni anno. In una notte come questa il meraviglioso racconto ci commuove.
“Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore” ( Lc, 2).
La città è in festa: la città di Davide, allora, la città dell’uomo, oggi.
È in festa perché “il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce...”..
“Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia” (Is 9,13). Così l’antico profeta Isaia di cui abbiamo ancora una volta udito gli accenti in questa luminosa notte.
E Paolo incalza: “È apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”. (Ts 2,11).
Non è dunque soltanto alla “città di Davide” che viene annunciata “una grande gioia”.
È alla città dell’uomo che viene proclamata oggi l’esultanza, come quella di una “moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva “Gloria a Dio e pace in terra”. (cfr. Lc, 2,14).
Ma che cosa può offrire alla città dell’uomo questo Natale? Di quale messaggio può farsi portatrice la nostra Chiesa per la gente di questa città?”.
Un messaggio augurale ci viene dalla prossima “Giornata per la vita” per la quale ( quando fra 40 giorni rivivremo il clima natalizio nella festa della Candelora) i vescovi italiani – anch’io, dunque- abbiamo coniato lo slogan: “Fidarsi della vita”.
Sì, occorre che difendiamo la fiducia nella vita. Poiché i tempi non sono favorevoli.
Nella città dell’uomo, la vita- come quella del Bambino Gesù nella Betlemme del censimento- non è facilmente accolta, spesso, anzi, respinta.
Si fa strage di innocenti ogni giorno nel grembo delle loro madri.
E si affacciano tempi in cui si produrranno artificialmente vite umane per assecondare progetti prometeici cui l’orgoglio della scienza e la prepotenza del denaro chiedono sempre più mano libera: contro la dignità e i diritti della vita umana, subordinata ad interessi inconfessabili.
Bisogna reagire. Il Natale chiede di non essere ridotto ad uno stordimento generale nel buonismo e in sdolcinati sentimenti..
“Fidarsi della vita”. Ecco la vera sfida di una festa che è per eccellenza “la festa della vita”.
Ma vi è quest’anno una particolare circostanza che chiede attenzione. Fra pochi mesi si chiuderanno tutte quelle istituzioni che accoglievano bimbi abbandonati e senza famiglia.
Non potranno, queste giovani vite, essere lasciate in un nuovo abbandono.
È l’occasione per la società civile di dar prova della sua civiltà.
Invece di cercare figli da provetta, con tutto ciò che di blasfemo ciò comporta, le coppie ansiose di un figlio potranno aprire case e cuori a queste migliaia di bimbi, nati ma non amati, nati, ma non accolti.
Ecco che cosa può voler dire quest’anno il Mistero del Natale nella nostra società.
E vi è una seconda componente di riflessione per questa notte.
È l’originalità della fede cristiana che emerge dal Mistero dell’Incarnazione e del Natale. Il Dio fatto uomo provoca la nostra fede. E ci provoca a non edulcorarla negli estenuati sincretismi di moda.
In presenza di un così radicale rimescolamento culturale e religioso in cui veniamo come travolti, non è improbabile il rischio della perdita di identità.
La fede cattolica che professeremo tra poco inginocchiandoci alle grandi parole “Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est”, questa fede cattolica non può essere né confusa né omologata.
Troppo grande, troppo originale è il Mistero che celebriamo.
In nessuna professione religiosa, per rispettabile che sia, (e tutte sono rispettabili), in nessuna religione mai si è affermato o si afferma che Dio si è fatto uomo.
Noi sì. Noi lo crediamo. E non intendiamo barattare questa fede, così unica e originale, con nessun’ altra filosofia o sapienza umana e terrena.
Per noi i Verbo (figlio di Dio, Dio lui steso) si è fatto uomo, prendendo carne nel grembo di una donna, la Vergine Maria.
Questa è la nostra fede e noi ci gloriamo di professarla, ancora una volta, questa notte.
Alla nostra città siamo debitori, non solo della testimonianza per la vita, ma anche di una coraggiosa testimonianza per la fede.
Così una terza componente di questo Natale viene alla ribalta: la nostra tradizione.
Lo dico con la T maiuscola.
Si è discusso in questi giorni del Presepe ed dello stesso Gesù.
E qualcuno ha perfino sostituito il Natale cristiano con favole e favolette di dubbio gusto.
Non ci siamo.
La nostra identità culturale, che a Natale si esprime con simboli incancellabili, tra cui il Presepe e il Bambinello nella paglia, non può essere abbandonata per semplicistici conati di irenismo e pacifismo.
Il Dio della vita e della pace è Lui, il Bambino di Betlemme.
Non vale nasconderlo o velarlo, cancellarlo o dimenticarlo.
Lui è lì. Ieri a Betlemme, nella città di “Davide” oggi nella città dell’uomo a cui porta ancora l’ineffabile messaggio di universale fraternità.
Andiamo fieri delle nostre tradizioni: esse ci testimoniano che “è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”. (Ts. 2,11).
La città è in festa. E la nostra chiesa in mezzo alla città proclama a gran voce il senso universale della sua festa: “Oggi è nato per noi un Salvatore, che è Cristo Signore”. (Lc 2,10).