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L'invito di Mons. Catella a ricordare il Vescovo Zaccheo



Vi invito a voler partecipare alla Celebrazione Eucaristica in Cattedrale, alle ore 21 di venerdì 20 novembre.

È il secondo anniversario della morte del carissimo e indimenticabile nostro Vescovo, Mons. Germano Zaccheo.

Insieme vogliamo ricordarlo, vogliamo ancora dirgli la nostra gratitudine per il suo generoso servizio episcopale tra noi e per noi. Per lui vogliamo elevare la preghiera del suffragio, alla sua preghiera vogliamo ancora affidarci: continui a vegliare su questa Chiesa che tanto ha amato e servito.

In attesa di incontrarci per vivere intensamente questi momenti di grazia vi saluto con affetto.

+ Alceste Catella, vescovo

Concerto per Mons. Zaccheo

da www.ilmonferrato.it

“La Polifonica” di Serravalle Scrivia in memoria del vescovo mons. Germano Zaccheo

Sabato 31 alle ore 21 si terrà nella Chiesa di San Domenico un concerto dell’orchestra e della corale “La Polifonica” di Serravalle Scrivia in memoria del vescovo mons. Germano Zaccheo. Significativa la partecipazione della Corale di Serravalle Scrivia alla commemorazione perché la collaborazione artistica tra mons. Zaccheo e “La polifonica” diretta da Luigi Bolchi va a ritroso nel tempo, quando ancora il nostro vescovo era vicario generale a Novara. “La Polifonica”, che è composta tra coristi e orchestrali da circa duecento persone proporrà un programma adatto all’occasione con “Libera me Domine” e “Ingemisco” dalla Messa da Requiem di G. Verdi e con “Lacrimosa” dal Requiem K. 626 di W.A. Mozart. Sempre con la partecipazione dei solisti ( Il soprano Roberta Salvati e il tenore Lorenzo Decaro) saranno proposti: “Laudate Dominum” K. 339 di W.A. Mozart, “Ave Maria” di C. Gounod, “Alleluia” di G. F. Haendel ,”Preghiera” dall’opera Le Cid di J. Massenet, “Tibi omnes” dal Te Deum di H. Berlioz, “Ave Maria” dall’Otello di G. Verdi e “ Il coro dei pellegrini” dal Tannhäuser di R. Wagner.

Il ricordo di "Sovvenire"



Arrivederci don Germano

Ciao, Don Germano, ti chiamo semplicemente così, perché ho sempre fatto una grande fatica a chiamarti Monsignore, e in questo momento mi piace rivolgermi a te, come se non fossi mai “partito”.
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Eri, ( come mi suona strano, usare questo verbo al passato), stato con noi, i tuoi amici dell’Oftal, a Trino, in occasione del 75° di fondazione, e quando durante il pranzo sei passato a salutarci, ti ho chiesto se eri venuto a respirare un po’ l’aria di Novara, e ancora ti abbiamo visto insieme ai tuoi confratelli, celebrare con gioia la Beatificazione, tanto sospirata e attesa di Antonio Rosmini.
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Ed è per questo che la notizia della tua partenza verso il cielo, è stata come un fulmine a ciel sereno.
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Non potevo credere, che tu il “ Monsignore, ma non troppo”... come in famiglia eravamo soliti chiamarti, ci avessi lasciato così presto.
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Ma mi da’ consolazione sapere, che il Signore ha bussato alla tua porta, proprio in un luogo che tu tanto amavi, e che rappresentava così tanto per te, e sono convinta che la Vergine, dal cielo sia scesa da te, e prendendoti per mano, ti ha accompagnato verso la luce del Regno, tra le braccia del Padre.
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Mi rimane di te, il ricordo del tuo sorriso e della tenera carezza, nel giorno in cui invocasti su noi bambini il dono dello Spirito Santo, il Consolatore; ed è la consolazione di cui abbiamo bisogno in questo momento, in cui dobbiamo salutarti e il ricordo degli incontri di formazione dell’oftal, in cui avremmo potuto ascoltarti per ore, senza stancarci. Prega per noi, don Germano e..... arrivederci
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Annamaria Amadi (Novara)

Un vescovo per la Vita

Non troviamo una definizione migliore per ricordare il nostro carissimo vescovo, Mons. Germano Zaccheo, che ci ha lasciati improvvisamente orfani il 20 novembre scorso. Noi del Movimento per la Vita e del Centro di Aiuto alla Vita ci sentivamo — ed eravamo — particolarmente amati e seguiti da lui, che ci sosteneva nella difficile battaglia per la difesa della vita.
Ho partecipato alla veglia funebre, dove in tanti hanno portato una breve testimonianza: ciò che accomunava i vari ricordi è il fatto che ognuno, come noi, si sentiva un po’ ‘il prediletto’, e davvero era così. Di fronte a mons. Germano ci si sentiva amati in modo unico. Sapeva amare da Dio!
Ma noi lo ricordiamo “per la vita”. Camminatore instancabile, in testa alle fiaccolate del 25 marzo, quando salivamo il monte di Crea pregando con lui; allegro compagno di tavola alle nostre cene sociali; prezioso consigliere nei colloqui quasi mensili che ci concedeva; amico e collaboratore convinto delle nostre varie iniziative; profeta di fuoco quando nelle sue omelie alzava la voce per denunciare gli innumerevoli delitti commessi con l’aborto e la fecondazione artificiale.
Difficilmente perdeva l’occasione di inserire nei suoi discorsi, articoli e omelie il tema della vita, con coraggio unico, in modo opportuno e non opportuno. Spesso parlava a braccio, per cui ci siamo persi molti di questi interventi. Ricordo un episodio particolare, alla fine della processione solenne del Corpus Domini nel 2004: era un giugno caldissimo e l’aria era invasa di zanzare; rientriamo in duomo, mons. Zaccheo appoggia con delicatezza l’ostensorio sull’altare e si inginocchia in silenzio. A quel punto ci si aspettava una bella preghiera di adorazione, e invece il vescovo comincia a tuonare contro la appena approvata legge 40 sulla fecondazione artificiale. Non ricordo le sue parole, solo la sua voce che risuonava forte nelle navate. Non sentivo più zanzare, stanchezza e caldo, ma solo la fierezza di essere ‘figlia’ di un vescovo tanto coraggioso.

Non ricordo, dicevo, le parole di quella sera, ma più volte mons. Zaccheo è intervenuto sull’argomento. Ad esempio nel 2005: tutti ricordiamo il referendum proposto per abolire la legge 40, referendum fallito per l’astensione di massa proposta da tutte le parti cattoliche. Anche noi, naturalmente, ci siamo schierati per l’astensione, ma mettendo bene i puntini sulle ‘i’: giudichiamo questa legge iniqua e falsa, perché permette la produzione dell’uomo, ma non vogliamo che venga ulteriormente peggiorata. Il fallimento del referendum provocò reazioni di esultanza in tutto lo schieramento cattolico. Alcuni titoli di giornali inneggiavano addirittura alla vittoria dell’embrione e della vita.
L’unica voce fuori dal coro è stata quella del nostro vescovo, con un forte articolo pubblicato dal settimanale diocesano “La vita casalese”, dal titolo: “C’è poco da esultare”. Vista la brevità del testo, vale la pena riportarlo integralmente.

La voglia, a botta calda, sarebbe quella di esultare. In presenza della valanga di astensioni la legge 40 è salva. Contro tutte le falsificazioni, le mistificazioni, gli imbonimenti dei referendum sostenuti (guarda caso!) da quasi tutta la stampa che conta, la gente ha capito e non è andata alle urne. Intanto perché non era né una partita di calcio, né un gran premio dove c’è chi vince e chi perde. E gli uni esultano e gli altri recriminano. No. Non abbiamo né il diritto né la voglia di esultare. E la ragione è semplice. Perché la vita non ha vinto e l’embrione è ancora esposto (magari un po’ meno) a vergognose manipolazioni. Abbiamo sempre detto che la legge 40 oltre a non essere perfetta (ci sono leggi perfette?) è anche un po’ tartufesca, frutto di non sempre limpidi aggiustamenti. Ciò che serve alla vita è una difesa senza se e senza ma. Noi dobbiamo testimoniare con franchezza che nessuno può mettere le mani sulla vita nascente, fin dal primo istante del concepimento, la vita umana è intangibile.
La vita umana in qualunque stadio essa si trovi non può essere manipolabile neppure con buone finalità. La vita c’è. La vita non si tocca. Pretendere di fabbricarla artificialmente è una sfida prometeica destinata alle peggiori conseguenze: chi potrà fermare l’onnipotenza della tecnologia una volta aperta la porta alla fabbricazione artificiale di un embrione? Ecco perché non esultiamo. Né potremo farlo. Piuttosto, invece di una fatua esultanza, occorre rimboccarsi le maniche e proseguire l’impegno per la vita. Un impegno duro, controcorrente e contromoda. Chi, come noi, ha scelto di riconoscere l’intangibilità della vita umana in qualunque stadio essa si trovi, non può adagiarsi su qualche buono spiraglio della legge 40 che pure abbiamo difeso dal peggio con l’astensione. A noi incombe l’onere della testimonianza per la vita, ripeto senza se e senza ma” come alcuni dicono a proposito della pace. Anche noi siamo per la pace, ma contemporaneamente siamo per la vita. Diversamente da altri. Di qui in avanti, la strada che era già, per noi, in salita, diventa di sesto grado. Ma non ci arrenderemo. Rileggeremo con commozione le parole profetiche di Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Evangelium vitae” . E saremo in compagnia di tutti coloro che, anche se non per motivazioni religiose, condividono con noi l’assoluto rispetto per l’uomo, i suoi diritti, la sua dignità, il suo destino. Come ha detto a noi vescovi italiani Benedetto XVI: “Non è questa una questione cattolica”. Sono in ballo i diritti dell’uomo. Ed ogni coscienza onesta non può non riconoscerli.

Anche un altro articolo del 19-02-2004 era molto forte e chiaro fin dal titolo “Giù le mani!”, riprendeva il tema della Fivet:

“Occorre dire ben chiaro che qualunque fecondazione artificiale extracorporea (la questione dell’omologa e dell’eterologa è secondaria, anche se importante) comporta sistematicamente l’eliminazione di numerosi embrioni umani e perciò è di per sé occisiva. Non è infatti possibile fare fecondazione artificiale senza sacrificare embrioni umani. Né vale la scusa che anche in natura ciò avviene. Solo una coscienza farisaica e ipocrita può utilizzare un tale argomento”.

E poco più sotto, analizzando le statistiche dell’aborto in Piemonte, riprendeva:

“Bisognerà aprire gli occhi anche sul fenomeno dell’aborto a cui, drammaticamente, stiamo un po’ tutti abituandoci, creando così quel clima di indifferenza culturale nei confronti di un esecrando delitto, che è poi il brodo di coltura da cui nasce la mentalità generalizzata, incline a considerare la pratica dell’aborto come qualcosa di ineluttabile”.

A conclusione riportava alcuni pensieri di Norberto Bobbio per dimostrare che “è ora di smetterla di far credere alla gente che sui temi della vita debba esserci opposizione fra laici e cattolici”.
Quante volte l’abbiamo sentito ribadire questo concetto! Ad una veglia con i giovani fidanzati in duomo aveva affermato chiaramente che (cito a memoria) “non è necessario essere credenti per difendere la vita, basta essere uomini!”
Stiamo lavorando per raccogliere tra i suoi scritti i passi più significativi sui temi della difesa della vita, e sono davvero tanti! Speriamo di riuscire a mettere insieme una piccola pubblicazione, in modo che questo prezioso materiale non cada nel dimenticatoio.
Come volontari del Movimento per la Vita e del Centro di Aiuto alla Vita abbiamo anche deciso di sottoscrivere una adozione prenatale a distanza con il Progetto Gemma, a nome di Mons. Zaccheo, così che il suo amore per la vita nascente si perpetui in qualche modo anche in un bimbo strappato all’aborto.

Elena Baldini
Assistente Pastorale per la vita

Un uomo e un prete fantastico

Sono molto riconoscente di poter lasciare alla diocesi un ricordo personale di don Germano Zaccheo. Sono una suora delle Marcelline e scrivo da Milano. Ho conosciuto don Germano nei primi anni '70', quando ero al liceo linguistico delle Marcelline in piazza Tommaseo. Partecipavo ai corsi di filmologia commentati da don Germano che allora, ricordo, aveva i capelli tutti neri. Era appassionante, sia per la cultura profonda che dimostrava, sia per le spiegazioni interessantissime e niente affatto noiose, sia perchè, nell'esporre problematiche complesse, ad esempio dei film di Bergman, sapeva far spaziare lo sguardo di noi ragazze (a quei tempi non c'erano ragazzi nelle classi) sul mistero della vita e della morte, sul destino della persona, facendo interagire la sua fede personale con queste tematiche meravigliose. Un uomo e un prete fantastico. Chissà... forse anche quei corsi di filmologia mi hanno aiutata a "pensare" e a trovare la mia strada di Marcellina! Ho rivisto don Germano ad Arona, ospite nella nostra scuola, alcuni anni fa: aveva i capelli grigi, ma la simpatia era rimasta. Era una persona che stava e metteva a proprio agio: ad esempio ci aveva detto che era allergico ai funghi e i suoi tortelloni erano diventati al prosciutto... un pranzo allegrissimo! Caro don Germano: grazie per quanto hai fatto per noi e ricordati delle Marcelline. Anche noi ti ricordiamo con riconoscenza e ringraziamo Dio per averti conosciuto.
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sr. Miranda Moltedo
Istituto Marcelline

Ciao, Germano vescovo

Buongiorno, Mons. Zaccheo!… anzi, no.
Ciao, Germano vescovo. Ho sempre avuto profonda stima di te come uomo; ora sei una piccola grande luce nel mio cuore e, stranamente, ti sento ancora più vicino di prima.
E poi mi stavo affezionando a te sempre di più.
Mi hai sempre cercata e chiamata per nome, fin dall’inizio della mia avventura a Giovani 2000. Ultimamente, ogni volta che ci incontravamo, mi trasmettevi un po’ del tuo calore chiamandomi “silvietta” e avvolgendomi in un abbraccio così, oppure stringendomi una mano con forza, forse perché ti eri accorto che me ne stavo sempre chiusa in me stessa. Magari, chissà, alla lunga sarei riuscita ad aprirmi con te.
Però penso che l’avventura insieme a te stia continuando: non penso sia un caso che al tuo funerale ho prestato servizio d’ordine proprio vicino al gruppo di Novara e Cannobio, proprio nell’atrio restaurato e ammirato da tutti, a cui tenevi tanto.
Io ho fatto soltanto un piccolo esperimento dello stare in mezzo alla gente, cosa che era la tua specialità.
E’ davvero difficile in certi momenti, ma nonostante il dolore c’è la consapevolezza che siamo tutti quanti uniti, stretti attorno ad un grande amico in comune. Una messa partecipatissima: anche se noi siamo fin laggiù nell’atrio è come se fossimo lì di fianco a te.
Mi sono solo un po’ distratta verso la fine della messa: ma era per dare informazioni alla gente e ascoltare i commenti meravigliati sullo splendido atrio; per accompagnare una signora in bagno, quello in sacrestia, che non sapevo proprio bene dove fosse… perdonami la gaffe, ma lo sai bene anche tu che sono fatta un po’ così… Grazie per avermi sempre accolta per come sono, così come hai sempre fatto con tutti i tuoi amati giovani.
Tornando in chiesa questa signora è rimasta affascinata dalla bellezza dei mosaici appesi nel corridoio e mi è venuto spontaneo raccontarle, a grandi linee, dei restauri per il nono centenario del duomo e di come sei riuscito a coinvolgere i giovani delle scuole di Casale nell’ambito delle varie iniziative per la celebrazione. Mi è sembrato che sia rimasta colpita dal tuo entusiasmo per le cose belle o, almeno spero, di avergliene trasmesso un pezzettino.
Forse, forse… ho come l’impressione che poco alla volta potrò tornare ad essere capace di testimoniare, grazie alla forza che mi stai dando anche se non ci sei più: per salutarti mi sono appoggiata a te, leggendo una pagina del vangelo con cui ti piaceva affidarci tutti alla Madonna, quella di Maria e Giovanni sotto la croce di Gesù. E ancora una volta mi hai sostenuta e incoraggiata a non stare ferma a guardare, a continuare.
Grazie Germano vescovo, grande uomo.
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Silvia Goretti

Anni di impegno costante

Carissimo Monsignor Germano, anche noi componenti del Consiglio Pastorale Diocesano e tutti i laici impegnati nei vari settori della pastorale, ci stringiamo ancora una volta attorno a Lei per esprimerLe la riconoscenza e dire il nostro grazie per l’amicizia che ci ha sempre dimostrato e per la fiducia generosamente accordata.
Mi servo di tre ricordi personali per sintetizzare il Suo rapporto con il laicato. Tre ricordi certo non esaustivi delle tante esperienze laicali.
Il primo: siamo a Palermo al Convegno Ecclesiale del ‘95; prima di tornare al Palazzetto per riprendere i lavori, decide di fare due passi per la città con gli altri delegati casalesi, mentre io preferisco tornare in camera a leggere. Si toglie la croce pettorale e me l’affida: “Tienila, così non rischio di farmela portar via da qualcuno”. Mi piace pensare che quel gesto rappresenti la metafora della fiducia; fiducia verso il laicato, a cui affidare non un oggetto d’oro ma la chiesa monferrina perchè fosse Chiesa di carità e di speranza nella storia di questo tempo, come ci chiedono i Convegni di Palermo e di Verona.
Secondo ricordo: ha voluto, da subito che a moderare i lavori del Consiglio Pastorale fosse un laico. È toccato a me svolgere per 11 anni questo compito che prima era sempre stato di sacerdoti: Don Severino Poletto, Monsignor Pietro Palena, Monsignor Felice Moscone. Questa circostanza, se si vuole banale, è la metafora del ruolo e della responsabilità richiesta e affidata al laicato, anche nel programmare ed essere corresponsabili, sviluppando così l’impulso già dato da Monsignor Cavalla.
Le riunioni della Segreteria non sono mai state formali o semplici prese d’atto. E al Consiglio Pastorale chiedeva di essere momento di elaborazione, di progettazione, di concretezza. Questa corresponsabilità sapremo esercitarla anche in futuro da cristiani maturi attraverso ad una “pastorale adulta” e a una “ministerialità diffusa”.
Terzo: le tre Settimane Sociali a cui mi ha dato la possibilità di partecipare, metafora dell’impegno civile e politico; mi ricordano il suo continuo insistere sull’essere cristiani per il mondo, sull’importanza per il laicato di coltivare anche la sensibilità per tutte le questioni sociali del territorio, della necessità di operare per la crescita della società civile, per la difesa e lo svilupparsi della democrazia nel servizio del bene comune, come dimostra l’aver fortemente voluto il corso di formazione socio-politica. Questi insegnamenti continueremo a portarli nel cuore e a metterli in pratica.
Ci accompagni con l’affetto di sempre, Monsignor Germano!
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Carlo Baviera
a nome del Consiglio Pastorale Diocesano

L'omelia del card. Poletto ai funerali di mons. Germano Zaccheo, Duomo di Casale Monf. 26/11/2007

Carissimi, questa è una di quelle occasioni nelle quali si sente il peso della responsabilità di dover parlare, perché il silenzio sarebbe per me in questo momento la scelta più facile e più desiderata. Ma, pur col cuore spezzato dal dolore, ho il dovere di aiutarvi a fare anche di questa tragica circostanza un’occasione di preghiera, di riflessione e soprattutto di grazia perché oggi il Signore ci rivolge un nuovo appello affinché la Chiesa casalese riesca ad esprimere la sua grande fede e la sua sicura speranza specialmente ora, qui, davanti alla bara del proprio Vescovo.
Ho davanti agli occhi e si ripercuote con profonda emozione nel mio cuore questo spettacolo commovente di tutto un popolo che si stringe intorno all’amato Pastore e ne piange la scomparsa come figli che sentono l’improvviso e tragico distacco dal Padre. Sono lacrime di dolore, le nostre, come quelle di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro: un dolore che si interroga e cerca conforto e risposte di senso di fronte al mistero della morte, risposte che si possono e si devono trovare soltanto in Gesù e nella sua Parola, ma che lasciano ugualmente aperta la ferita del distacco. Gesù era arrivato a Betania per risuscitare Lazzaro, sapeva ciò che stava per fare e tuttavia piange: la nostra umanità reagisce col pianto alla realtà della morte, anche se sappiamo che chi scompare improvvisamente dalla nostra vista non ci viene tolto, ma ridonato in una dimensione diversa: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno viene preparata un’abitazione eterna nel cielo” (Prefazio dei defunti n. 1).
La salma di don Germano è posta al centro del suo duomo, la sua cattedrale. Questo straordinario monumento, unico nel suo genere, è stato riportato al suo antico e originale splendore dalla volontà determinata e convinta del Vescovo Germano. Non vedete voi nella forza architettonica di questa struttura, nella luninosità del nartece, in ogni pietra di questo edificio, la grandezza di tutta una storia di Chiesa, di questa santa Chiesa di Casale che, lungo i secoli, qui ha evangelizzato, custodito e testimoniato il prezioso tesoro della fede? Il vostro Vescovo ha voluto che il duomo tornasse a splendere in tutta la sua bellezza perché ognuno di voi prendesse coscienza che questo è soltanto un segno della bellezza spirituale delle vostre persone, di tutto il popolo di Dio quando vive la santità cristiana. Per questo scopo egli è stato inviato qui e ha dato la vita per voi spendendo tutte le sue energie umane e soprannaturali per costruire la vostra comunità secondo il disegno di Dio, che col Battesimo è venuto ad abitare in voi per rendervi santi. La bellezza del duomo mi porta a contemplare la bellezza spirituale di questo popolo numeroso che siete voi, mentre risuonano dentro di me le parole dell’Apocalisse: “Ecco la dimora di Dio tra gli uomini” (Ap 21, 3). In voi, in questa assemblea riunita in preghiera, commossa e piangente, io vedo con gli occhi della fede la presenza di Dio.
Però ora in mezzo a noi, qui davanti, non vediamo più la figura dolce e sorridente, paterna ed amica, del vostro Vescovo Germano. C’è una bara che racchiude il suo corpo. Ci sentiamo smarriti e ci nasce un interrogativo: finisce tutto così? No! Questa bara è un segno di ciò che si era, di ciò che la morte produce, cioè il disfacimento del nostro corpo che risorgerà al ritorno finale di Cristo, ma lo spirito del vostro Vescovo non si è spento: esso è vivo davanti a Dio, ormai lo contempla faccia a faccia gustando il premio riservato ai servi fedeli. Siccome Dio è dappertutto, quindi anche qui, il vostro Vescovo, che è con Dio, è qui con noi col suo spirito, con la sua identità personale. La Chiesa gloriosa del cielo, dove egli è giunto, vive in comunione, perciò unita con la Chiesa pellegrinante sulla terra, che siamo noi, per cui le nostre preghiere per lui e la sua preghiera per noi si fondono tra loro e ci fanno sentire ancora insieme in forza della comunione dei santi. Guardando questa bara noi ricordiamo il dono della sua vita, consumata per noi, e alzando gli occhi, verso il grande Crocifisso, uniamo la vita di don Germano al sacrificio di Cristo e ci sentiamo così attirati da Gesù a guardare alla patria definitiva del cielo, verso la quale tutti siamo incamminati.
a)La Parola di Dio
Se ci poniamo ora in ascolto interiore della Parola di Dio che è stata proclamata, le cose che finora ci siamo dette emergono con grande chiarezza nella nostra mente e nel nostro cuore.
b)San Paolo ci ha detto: “Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato, così anche quelli che sono morti (quindi anche don Germano), Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con Lui … Confortatevi dunque a vicenda con queste parole ” (1 Ts 4, 13-14.18).
c)Il Vangelo ci ha suggerito di ripensare la vita del Vescovo Germano come l’immagine viva di Gesù buon Pastore. Come Gesù egli ha offerto a voi tutto se stesso, vi ha conosciuti, chiamati per nome e voi l’avete seguito. Insieme con lui avete camminato in questi dodici anni crescendo nella comunione e nel reciproco affetto spirituale e cercando di gettare ponti di dialogo con i lontani dalla fede, così che la Chiesa casalese potesse crescere come un solo gregge dietro all’unico Pastore, il Signore Gesù.
d)Il ricordo
Il ricordo del vostro Vescovo deve partire da questa luce di fede che ci ha dato la Parola di Dio, quella Parola che ha illuminato tutta la sua vita di uomo, di cristiano, di sacerdote e di vescovo.
e)Ricordiamo le sue doti di intelligenza. Non le ha tenute per sé, ma le ha messe al servizio del Regno di Dio:
f)dotato di una parola brillante ed immediata e di una eccezionale capacità di scrivere in modo accattivante, ha saputo davvero diffondere il Vangelo nella terra monferrina;
g)appassionato ed esperto di arte vedeva in essa l’espressione della bellezza di Dio: per questo ha profuso energie, senza risparmio, sia per i restauri come per il poderoso programma realizzato per il nono centenario del duomo;
h)capace di interpretare la pastorale come il saper stare in mezzo alla gente, sempre, con semplicità e giovialità, e questo non lo ha mai distolto dall’essere fortemente preoccupato di trasmettere a tutti i valori evangelici.
i)Ricordiamo il suo grande cuore di padre, fratello e amico di tutti, che è stato l’espressione più chiara della sua pastoralità:
j)Amico di tutti col suo sorriso spontaneo e sincero. Questo gli ha donato capacità di ascolto, di vicinanza alla gente e di attenzione a tutti, specialmente ai suoi sacerdoti e al suo Seminario.
k)Si è fatto vicino ad ogni situazione di vita delle persone: sia nei momenti di festa, come in quelli del dolore, della prova.
l)Si è immerso totalmente e con sincerità nella vita della Città e nei problemi del suo popolo, soprattutto dei poveri, nel confronto dei quali mai ha chiuso la mano e il cuore.
m)Voglio però anche ricordare la sua forza nel portare in silenzio le sofferenze e le croci sempre presenti nella vita di ciascuno e soprattutto in quella di un Vescovo. Anche don Germano ha avuto la sua dose di tribolazione, quella legata alla missione e complessa responsabilità di Vescovo, ma ha saputo interiorizzarla con quella fede che mai ha spento il sorriso e la giovialità del suo volto.
Conclusione
Ora con questa Eucaristia lo presentiamo al Padre e nello stesso tempo ci sentiamo da Lui presentati al Signore con la sua preghiera e con il suo affetto, che non ci vengono meno con la sua morte.
Condivido, insieme con tutti i miei confratelli Vescovi del Piemonte, la grande sofferenza della sua mamma, di suo fratello e di tutta la Chiesa casalese, dal grembo della quale è nato anche il mio sacerdozio.
Don Germano dava grande importanza ai segni e noi oggi possiamo constatare che tutta la sua vita si è snodata “nel segno di Maria”: la sua devozione alla Santa Pietà di Cannobio, dove era nato, il suo pellegrinare frequente ai santuari mariani, da Crea, cuore spirituale di questa sua Diocesi, a Lourdes e a Fatima. Fatima poi lo ha segnato in modo particolare: il suo sì alla chiamata all’episcopato lo pronunciò il 13 Maggio 1995, anniversario delle apparizioni di Maria ai tre pastorelli, e un altro sì, quello finale, l’ha detto martedì scorso, 20 Novembre, proprio a Fatima, quando la morte l’ha colto all’improvviso. Questa circostanza ci dona grande serenità al pensiero che la Vergine Maria in persona, da lui tanto amata e venerata, l’abbia preso per mano ed abbia voluto accompagnarlo lei stessa alla casa del Padre.
Carissimo Vescovo Germano, amico e fratello, ti pensiamo ormai per sempre felice davanti alla Santissima Trinità. Non dimenticarti di noi, di questa tua Chiesa di Casale, che hai amato e alla quale hai donato tutto te stesso dopo un lungo e generoso servizio offerto alla Chiesa sorella di Novara. A noi rimane ora il dovere di custodire nel cuore ed attuare nella vita i tuoi esempi ed insegnamenti, che hanno fatto segnare un passo avanti nel cammino di fede a questa cara Diocesi casalese. Ora riposa nella pace di Dio perché nella vita terrena hai corso e lavorato molto. Il tuo motto episcopale mai come oggi diventa per noi pieno di significato perché tratto da quella pagina di Luca che ci riferisce dell’incontro di Gesù con Zaccheo e che abbiamo letto nella Messa proprio nel giorno della tua morte: “Hodie salus facta est”, “Oggi la salvezza si è compiuta”. Il tuo “oggi”, il momento in cui per te la salvezza si è compiuta per sempre si è realizzato martedì scorso. Ora ti vogliamo dire un grazie grande e sincero, ma soprattutto il nostro grazie sale a Dio per il dono che ci ha fatto con la tua persona.

+ Severino Card. Poletto
Arcivescovo di Torino

Il ricordo di mons. Renato Corti

Mons. Renato Corti, vescovo di Novara, il 16 settembre del 1995 nel Duomo di Novara insieme a mons. Aldo Dal Monte consacrò vescovo mons Germano Zaccheo. Ora lo ricorda così:

"La morte improvvisa di mons. Germano Zaccheo mi porta a ripensare a tre date significative. La prima è il 19 dicembre del 1991, ero a Milano e venivo nominato Vescovo di Novara, è giunto a trovarmi e mi ha portato il libro del ventesimo sinodo diocesano novarese, uscito tre giorni prima, a cui aveva collaborato in modo appassionato e determinante affinchè sostenesse una traduzione coraggiosa del Concilio Vaticano II nella diocesi di Novara. Era ciò che egli desiderava e che con lui lo desiderava il vescovo Aldo Dal Monte. Poi mi viene in mente il 16 Settembre 1995. In quella domenica venne consacrato Vescovo nella Cattedrale di Novara ed entrava di là a poco nella diocesi di Casale. Era stato con me per diversi anni il sostegno fondamentale come vicario generale. Un sostegno particolare e prezioso per i miei primi anni da Vescovo. Le sue caratteristiche principali, mi sembrano, insieme con altre, queste: la passione evidente nel lavoro di ogni giorno; la franchezza unita a una grande cordialità; il vigoroso sostegno al cammino diocesano sia a livello pastorale, sia a livello culturale, sia anche a livello artistico. E poi la terza data: il 18 Novembre 2007, giorno della beatificazione di Rosmini. Era presente, quando l'ho salutato l'ho trovato molto gioioso, gli era stato chiesto un articolo per il giornale diocesano e l'aveva dedicato all'amore di Rosmini per la Chiesa. Citava l'opera famosa di Rosmini "le cinque piaghe della Chiesa" che neanche a farlo apposta Rosmini aveva iniziato a scrivere un 18 novembre. E mons. Zaccheo si soffermava in particolare su quella piaga in cui Rosmini riconosceva una certa lontananza tra il clero e il popolo. Dopo la celebrazione vi è stata una conferenza stampa, era presente anche lui. E' intervenuto da vecchio giornalista rivolgendosi ai giornalisti e dicendo a loro: "Dedicatevi a dare spazio e rilievo in quanto andate scrivendo a ciò che è bello, vero e grande. So che non è facile visto il clima che ci avvolge, ma è proprio questo che dovete fare. Rosmini lo insegna!".

Vescovo e famiglia

Caro Padre, mi hanno chiesto di dire qualcosa riguardo all’ambito della pastorale familiare che in parte ci avevi chiesto di seguire, come famiglia all’interno della Diocesi.
Ricordo ancora tutte le volte che scoraggiata e anche un po’ agitata son venuta da Te a chiedere consiglio…non sentendomi all’altezza di tale compito. Ogni volta ho dovuto rendermi conto che le tue giornate erano zeppe di impegni, a tutte le ore, tanto che mi veniva da domandarmi: ma avrà mai un momento libero?
Nonostante gli appuntamenti e le fatiche hai sempre trovato uno spazio per accogliermi con affetto e serenità, mi hai sempre ascoltata con l’amore di un Padre, con quei chiari, limpidi occhi da bambino che esprimevano sincero interesse e partecipazione.
Quanto ti piacevano i bambini, non potevi passare vicino ad uno di loro senza fermarti a salutarlo o baciarlo, chiamandolo col suo nome.
Ognuno di noi poteva vederti girare per la città a piedi, immergendoti nella vita comune di ciascuna famiglia, stando vicino, per quanto potevi, e facendoti prossimo nei momenti più belli o più tristi della vita.
Ricordo pochi giorni fa la tua felicità ed allegria in mezzo ai bambini dell’oratorio, seduto con loro…uno di loro.
Non avevi formule magiche o soluzioni facili per eliminare i grandi problemi che affronta ogni famiglia nel quotidiano, come Gesù però ti facevi vicino, compagno di viaggio, soffrivi e gioivi insieme ai tuoi figli.
La tua gente, ognuno di noi poteva sentirsi parte della Tua grande famiglia.
Ci mancherai tanto.
Comincia tra poco l’Avvento, ci prepariamo ad accogliere Gesù che viene: Tu sei già nella festa senza fine dei figli di Dio, aiutaci a vivere bene questo periodo.
Grazie di tutto, caro Padre!”

AnnaChiara Serao

Lourdes, Maria e gli ammalati

Ieri una signora malata, amareggiata di non poter essere qui questa sera o domani pomeriggio, mi ha pregato di fare una carezza e di dire grazie al suo Vescovo.
L’ho fatto con tanto piacere anche a nome di centinaia, migliaia di malati, disabili, che hanno voluto bene al loro Vescovo e che da lui si sono sentiti sinceramente ricambiati.
Del resto don Germano aveva dimostrato la sua predilezione per loro fin dal suo primo ingresso ufficiale in questa sua Cattedrale il giorno del suo ingresso in Diocesi nel settembre del 95.
E c’è una bella fotografia scattata proprio ai piedi di questo altare che lo testimonia: don Felice Moscone, suo indimenticabile e rimpianto Vicario Generale, lo invita ad andare verso la Cappella di Sant’Evasio e don Germano che se ne va dall’altra parte verso le carrozzelle di malati e disabili per salutarli uno per uno.
E da quel giorno non aveva mai smesso di stare con loro: nei Pellegrinaggi a Lourdes, per il Capodanno (in dodici anni ne ha saltato uno solo perché era in Africa a visitare le missioni), con visite alle Case di Riposo, all’Ospedale, in case private.
Era uno spettacolo vedere gli occhi di malati, disabili, anziani all’incontro con il loro Vescovo: l’immagine della gioia.
Ma nei miei ricordi più che il Germano Vescovo rimarrà sempre il don Germano prete.
Sandrino un giovane gravemente disabile era ormai alla fine dei suoi giorni: l’8 dicembre del 1999, la festa dell’Immacolata.
Don Germano, nonostante fossero ormai le nove di sera, aveva voluto potargli l’unzione degli Infermi.
Anche se avevo superato i 56 anni non avevo mai assistito alla sua somministrazione che immaginavo un momento triste e tetro.
Invece don Germano aveva abbracciato Sandrino, l’aveva stretto a sé, aveva pregato con lui, gli aveva sussurrato dolcemente all’orecchio con commozione e con una tenerezza indescrivibile.
Mi sembrava quasi che don Germano avesse preso in braccio Sandrino per accompagnarlo davanti al Signore.
Don Germano saranno stati in tanti martedì sera i malati, i disabili, gli anziani, ad accoglierti in paradiso per dirti grazie per la tua amicizia, per il tuo affetto: potrei fare un elenco infinito.
E sono in tanti, centinaia, forse migliaia i malati, i disabili, gli anziani che in questi giorni ti ringraziano e piangono il loro amico, il loro Padre affettuoso, nella certezza però di ritrovarti un giorno, quando Dio vorrà, in Paradiso.

Enzo Defrancisci

Grazie dagli Scout

Caro Vescovo Germano, stasera siamo qui in questa bella cattedrale da Lei tanto amata, a testimoniare che la chiesa è Una come lei spesso sottolineava e noi fortemente ne vogliamo far parte.
A nome di tutti i Capi e di tutti i bambini e ragazzi Scout Le vogliamo dire grazie per tutti gli insegnamenti paterni che ha voluto darci.
Due in particolare, molto cari a noi Scout:
Il primo Imparare ad avere cura del nostro essere, vero e primo tempio di Dio con la consapevolezza di appartenere a una Grande Famiglia.
Il secondo Imparare a camminare al fianco di chi affronta la vita con passo più lento perché è lo stile che porta dritto al cuore di Maria simbolo di fedeltà e Vernica del nostro “Eccomi” quotidiano.
Nel rinnovare il nostro Grazie, dal profondo del cuore Le chiediamo di continuare a benedire il nostro operato per e con i giovani da Lei sempre considerati pietre vive della nostra Chiesa

Paola Bosco
Agesci Scout

Un Vescovo che chiamava per nome

Caro Vescovo Germano,
scriverti questa lettera è stato molto difficile per me.
Purtroppo il tempo trascorso insieme non è stato molto ma ho avuto l’opportunità di conoscerti, di parlarti e anche, per mia fortuna, di condividere insieme a te momenti bellissimi e indimenticabili.
Quest’anno per la prima volta ho partecipato al Pellegrinaggio a Lourdes e lì c’eri tu con me pronto a sostenermi e a consigliarmi in ogni occasione.
Poi sei anche venuto nel mio piccolo paese, Altavilla, per incontrare i bambini e i ragazzi della mia Parrocchia e condividere con tutti noi ed il mio parroco don Andrea una giornata della nostra estate ragazzi.
In questa occasione mi hai riconosciuta e mi hai chiamata per nome facendomi i complimenti per la mia determinazione ed esortandomi ad essere sempre così risoluta senza mai dimenticare gli insegnamenti di Gesù.
A Loreto, poi, abbiamo trascorso insieme quella che è stata, senza ombra di dubbio, una delle esperienze più belle della mia vita. Prima di partire sei stato felice di rivedermi e anch’io ero davvero entusiasta di averti come guida.
Per me sei stato importante.
Le tue parole semplici ed affettuose sono scolpite nel mio cuore ed ora mi commuovo se penso al loro significato.
Quando sei venuto nella mia parrocchia io ed i ragazzi ti abbiamo letto una poesia scritta da Pier Giorgio Frassati e tu hai apprezzato molto questo gesto.
Ora ti voglio leggere una poesia di Mahatma Gandhi che, a parer mio, riassume gli insegnamenti che hai voluto trasmettere a me e ai giovani di questa diocesi.

Prendi un sorriso, regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole, fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente, fai bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima, posala sul volto di chi non ha mai pianto.
Prendi il coraggio, mettilo nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita, raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà, e donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore, e fallo conoscere al mondo.

Il tuo dolce sorriso mi ha fatto capire che nella vita vale la pena di lottare e quando soffriamo non dobbiamo piangere ma continuare ad andare avanti perché al mondo nessuno ha bisogno di lacrime ma in ogni parte c’è sempre qualcuno che necessita del nostro sorriso.
Grazie per essermi stato vicino ed ora che sei un angelo e non posso più sentire la tua voce, ti chiedo semplicemente di allungare la tua mano su di me, sono certa che mi potrà sostenere nei momenti più difficili.
Ciao don Germano. Ti voglio bene. Con l’affetto di una figlia”

Ginevra Zanella

Un Vescovo amico

Caro Mons. Germano,
non avrei mai pensato che arrivasse così presto il giorno in cui avrei dovuto salutarla; e ancora adesso non riesco a capacitarmene. Mi sembra di vederla ancora super impegnato nei festeggiamenti per la sua Cattedrale; mi sembra di vederla ancora correre tutto il giorno fino a tarda sera per i più sperduti paesi della sua Diocesi: sempre impegnato in una Cresima, una visita pastorale o una riunione. Non ha mai fatto mancare a nessuno la sua presenza, è sempre stato disponibile con una battuta o un sorriso a tutti: dai più importanti ai più semplici, dai più anziani ai più giovani; sapeva stare con tutti.
È proprio dei momenti con noi giovani che ho i ricordi più belli. Fra cui quelli dell’ultimo Pellegrinaggio a Loreto al quale lei, ovviamente, non ha voluto mancare. Stava con noi non solo come Vescovo, ma come uno di noi, un amico; ma, nei momenti più seri capiva quello di cui abbiamo bisogno e ce lo sapeva spiegare in modo chiaro e semplice. Quanto orgoglio, quando a Forlì scoprimmo che fra i tanti gruppi di pellegrini ospitati in quella zona, eravamo l’unico accompagnato dal proprio Vescovo. Già, perché lei pur di stare con noi non aveva paura del viaggio, delle ore piccole, di qualche sacrificio: e quanti bei ricordi quando cantava con noi sul pullman, quando chiacchierava amabilmente con noi a colazione o accompagnandoci a casa e quante belle cose ci ha insegnato.
Ma ora il Signore l’ha chiamata per andar da Lui.
Qui ci mancherà parecchio, ma sappiamo che continuerà a starci vicino e ad essere sempre il nostro caro Vescovo”.
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Daniele Ulla

Aveva passione per i giovani

Non avrei mai pensato di essere qui stasera per ricordare insieme il nostro caro Vescovo Germano. La sua partenza per il Regno dei cieli è stata così improvvisa, che certamente a poco a poco ci renderemo conto sempre più di quanto fosse presente in mezzo a noi e di quanto la sua presenza faceva la differenza. Quando ero una bambina, pensavo al Vescovo come ad una persona importante, forse un po’ lontana da me. Poi sono cresciuta ed è giunta l’ora di ricevere il sacramento della Confermazione. È stato allora che l’ho sentito davvero vicino per la prima volta e quella carezza, mentre pronunciava le parole “La pace sia con te”, mi faceva sentire accolta a tutti gli effetti nella famiglia del Signore. Da quel momento è iniziato un cammino concreto di impegno al servizio del prossimo nella mia comunità. Prima come animatrice, poi come catechista ed in seguito come appartenente all’equipe di Pastorale Giovanile ho avuto modo di conoscerlo, apprezzarlo e stimarlo per il suo forte desiderio di incontrare e di stare in mezzo a tutti noi giovani della Diocesi. Indimenticabili sono i ricordi dei Pellegrinaggi animati da lui alla Madonna di Loreto nell’estate del 2004, ad Assisi terra di San Francesco e di Santa Chiara nell’estate del 2006 e come dimenticare la partecipazione alla Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia? Rimarranno anche sempre nel mio cuore le feste e le veglie di preghiera condivise, occasioni per essere letteralmente ispirati da lui a pensieri spirituali profondi. Da vero amante dell’arte e della cultura, non si è mai lasciato scappare l’occasione per trasmettere questa sua passione a noi giovani, soprattutto nelle mattinate del Venerdì Santo a Crea e trovando il tempo per parlare ai ragazzi delle Scuole Superiori (in special modo proprio per nono centenario del nostro Duomo appena terminato). Il suo ultimo pensiero rivolto a tutti noi, nell’occasione del musical “Una città che ti assomiglia”, è stato una citazione di sant’Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. Ha voluto dedicare parte del suo tempo, ma soprattutto del suo mandato a noi giovani e di questo gli siamo riconoscenti. Tra poco, come ogni anno, ci ritroveremo al Palazzetto per il classico concerto, da lui sempre fortemente promosso, per scambiarci gli Auguri di Natale. Non sentiremo più le sue parole, né il suo abbraccio fraterno, ma siamo certi che da lassù non si perderà l’appuntamento!
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Martina Ferraris

Un Vescovo che amava da Padre

Era un uomo consapevole, cosciente di sé stesso e delle proprie capacità, ma anche dei suoi limiti: quante volte di fronte a certe domande non si arrampicava sugli specchi, si tirava indietro lasciando ad altri la possibilità di rispondere.
Un uomo semplice, in ricerca, un uomo assetato della bellezza di Dio che si lasciava toccare da ogni cosa, fatto, avvenimento, incontro…
Con facilità si metteva accanto agli altri: tutti hanno potuto sperimentare al suo fianco una sincera cordialità, una affabile semplicità che metteva tutti a proprio agio, senza far pesare il suo ruolo.
Anche io sentii su di me questo affetto, che mi portò naturalmente a stringermi attorno a lui: i miei anni di sacerdozio furono vissuti in sua compagnia…Quante volte lo cercavo non per motivi pastorali, ma per stare semplicemente con lui.
Ma la cosa che mi ha colpito in più di un’occasione è stato il suo viso, che in particolari circostanze si trasformava come in quello di un bambino: erano i momenti in cui era più stupito, commosso…inebriato della presenza tenera di Gesù, che lo avvolgeva, e che lui si lasciava avvolgere: un semplice uomo di Dio.
Aveva fisso nella sua mente e nel suo cuore l’unica vera sua preoccupazione…Gesù e il Suo Regno: si muoveva per questo, e per questo si faceva tutto a tutti.
Da lui mi sono sempre sentito amato e stimato, incredibilmente stimato…forse un po’ come Gesù guardò San Pietro dopo il suo tradimento, sapeva che c’è del buono in tutti e per questo pregava e ci stava vicino, perché i conti, alla fine di ogni giornata, non tornano mai, per tutti.
A Gesù, diventato prete, chiesi di poter avere un Vescovo che fosse come mio padre, e fui esaudito…Non è vero che siamo orfani, perché il nostro Vescovo ci ha sempre parlato dell’unica Paternità quella che non finisce, e che ora ci viene ridonata tutte le mattine.
Eccellenza, a presto…ora può aiutarci in modo più completo, l’avventura si fa più interessante…non vedo l’ora di assistere ai tanti segni che ci farà pervenire!
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don Marco Pivetta

Mons.Zaccheo, uomo di Carità

Dobbiamo essere molto riconoscenti al Signore che ci ha donato per dodici anni la guida attenta di un buon Vescovo. Monsignor Germano Zaccheo era un uomo di Carità.
E ce lo comunicò già il giorno del suo ingresso con un modo di fare semplice, privo di eccessiva forma. Al suo arrivo ad esempio, se ricordate, variò il protocollo facendo attendere le autorità soffermandosi prima a salutare gli ammalati.
Poi commentando la scelta del motto legato alla parabola di Zaccheo nell’omelia ricordo bene che si soffermò sul fatto che anche chi non aveva casa, perché era sofferente o ammalato, aveva diritto ad averne una, e in particolare, avevano necessità queste persone, della casa della carità, di accoglienza.
E mi stupì citando in quell’occasione Mons. Oreste Minazzi che lui non aveva mai conosciuto, pioniere della carità per la sua lungimiranza e attenzione agli ultimi nella realizzazione dell’Opera Diocesana di Assistenza.Disse che con grande gioia era venuto a conoscenza della fioritura nella nostra diocesi di case che accolgono persone con handicap; persone anziane rimaste sole (e tra di essi vi è chi una casa non l’ha e magari non l’ha mai avuta) accolte in una casa comune. Lì trovano fraternità e speranza.
Si ripromise già in quella sede di essere “presenza vivificante in quelle case ove anche le persone che sono chiamate a soffrire possano soffrire con speranza”.
A distanza di anni posso dire che il nostro Vescovo non è stato solo una presenza, ma è stato anche lievito. Ci ha presentato la strada da percorrere. È stato padre, fratello e guida per le iniziative dell’Opera Diocesana Assistenza. È sempre stato al nostro fianco. Si è sempre attentamente fatto parte di ogni problema, donando a chi ha avuto la fortuna di essere al suo fianco anche la soddisfazione e il merito della buona soluzione di quei problemi. E poi come non ricordarlo affettuosamente a coccolarsi i “ragazzi” della casa del giovane e della casa famiglia.
Ho collaborato con Mons. Zaccheo anche in altri ambiti, e come uomo di carità lo ricordo in molte attività diocesane legate alla Caritas: a fianco delle popolazioni alluvionate del 2000, testimone diocesano nella campagna della remissione del debito ai paesi poveri, o al fianco dei tanti obiettori di coscienza della Caritas. Lo ricordo ancora al cosiddetto “pranzo dei poveri” all’Istituto San Vincenzo prima e al Centro di Ascolto poi.
E ovviamente non posso non ricordarlo col portafoglio personale in mano a offrire un poco di denaro a chi gli chiedeva una mano. Era l’uomo della speranza e svolgeva il suo compito anche con la carità più spiccia – da molti (me compreso) spesso sottovalutata - che quotidianamente donava a coloro che bussavano alla sua porta. Rileggendo in questi giorni i suoi interventi relativi alla “Carità” pubblicati sulla Rivista Diocesana mi sono fatto l’idea che la sua definizione di Carità era quella affermata nella prima lettera di Giovanni: “Dio è Amore”. Ovvero l’amore per Dio e per i fratelli. E in questa prospettiva, ricordando che Gesù era venuto ad evangelizzare i poveri, dobbiamo riconoscere che Monsignor Zaccheo identificava Gesù Cristo nel “prossimo” che bussava alla sua porta.
Le situazioni di miseria, a cui oggi molti di noi, rischiano di non dare più ascolto, (per inciso nei telegiornali di eventi come il recente ciclone in Bangladesh che ha causato circa diecimila vittime e centinaia di migliaia d sfollati senzatetto, se ne è parlato per un solo giorno) non lo lasciavano indifferente e si può chiaramente dire che – mescolando due famose parabole - i tanti “Lazzaro” che ha conosciuto in lui hanno sempre incontrato non il fariseo ma il “buon samaritano” che si preoccupava di tutto. Evolvendo questo concetto non si può poi non citare la sua missionarietà dimostrata dal Benin all’Argentina, dal Togo alla Slovacchia e la sua vicinanza al mondo del lavoro.
In particolare in questi ultimi anni, in cui l’aspetto economico per i molti lavoratori di aziende in difficoltà è diventato sempre più pesante da sopportare. È sempre stato vicino anche a loro impegnandosi anche in prima persona – da splendido comunicatore quale era - nella mediazione e nel far riconoscere i diritti dei più deboli. In chiusura un ricordo personalissimo: in lui ho sempre trovato fiducia e quando ho scelto di dire la mia, andando controcorrente, andando contro al “si fa così” o all’ “abbiamo sempre fatto così” in pochi ho trovato accoglienza e solidarietà. In lui sempre. Grazie ancora Eccellenza.
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Alberto Busto

Un Vescovo per la Vita

Era lunedì 25 settembre 1995, giorno successivo del suo ingresso in diocesi. Mi premeva ottenere un’udienza in tempi brevi, per cui alle 8,30 telefonai pensando di parlare con un segretario o un familiare: mi rispose lui. Mi presentai brevemente e gli chiesi un appuntamento: «Vieni!» fu la risposta. Ebbi un tonfo al cuore: alcuni movimenti per la vita hanno impiegato tre mesi per ottenere un’udienza. «Vieni»: quante volte lo pronuncerà! Velocemente telefonai ad alcuni volontari e ci presentammo. Il primo impatto fu il suo sorriso accogliente, poi il suo ascolto interessato, quindi le sue espressioni di condivisione totale e l’incoraggiamento: 40 minuti. Uscendo sul pianerottolo gridai: «Spirito Santo ti ringrazio». La prima impressione era stata persino inferiore alla realtà.
Monsignor Germano Zaccheo seppe cogliere innumerevoli occasioni per sottolineare con forza e chiarezza il tema della difesa della vita nascente e per denunciare gli abomini del nostro tempo. Particolarmente fu ammirevole la sua abilità di straordinario comunicatore nel portare ogni omelia al tema della vita: festa dell’Assunta, Corpus Domini, S. Evasio, ecc.
Un solo passaggio fra i tanti, tratto dall’omelia per la solennità di Sant’Evasio del 2004:
«Questa città, ma con essa tutto il territorio, vive giorni di preoccupazione su molti fronti e ore di ansiosa attesa su altri ancora.
Incombe ognora la sottile paura di un’aria resa irrespirabile, anzi pericolosa per l’inquinamento pluridecennale dell’Eternit e problematizzata dalle ricorrenti sofferenze fisiche e morali che la nobile lotta contro il tumore non riesce a lenire.
È come un simbolo, questo, dei molti altri mali di cui la città dell’uomo oggi soffre: l’inquinamento delle coscienze e l’ obnubilamento delle scelte morali.
Ogni settimana sono uccisi esseri umani nel grembo delle loro infelici madri e il veleno di una cultura permissiva e omicida penetra nei cuori e nella mentalità dominante: al flagello dell’aborto si sta aggiungendo ora quello della procreazione, cosidetta assistita, ma che per la verità, è innaturale e drammaticamente occisiva».
Il suo messaggio coraggioso lo ha portato anche in Assemblea dei Vescovi. Non sempre i suoi messaggi sono stati ascoltati, ma lui non si è mai scoraggiato.
Il nostro rammarico è di non aver quasi mai registrato le sue omelia, ad esempio in occasione delle fiaccolate al santuario di Crea nella Festa dell’Annunciazione, quando il nostro amato Padre non mancava mai di sottolineare l’importanza di quella festa, da vivere soprattutto come festa dell’Incarnazione: l’inizio della storia della Salvezza, in perfetta sintonia con il Cardinale Joseph Ratzinger, nostro carissimo Papa Benedetto XVI, che in una omelia pronunciata nel Duomo di Freising il 7 giugno 1981, parlando dell’Incarnazione, affermava: “Era proprio questo l’evento della Pentecoste nella storia universale, quando Maria disse: ‘Ecco, si faccia di me come hai detto tu’ (Lc 1,38). Nella storia l’opera più grande dello Spirito Santo è l’Incarnazione del Figlio di Dio. Il giorno della Pentecoste non poteva portare qualcosa di più grande”.

Ci è giunto un meraviglioso messaggio da parte del card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna:
“Carissimi amici del Movimento per la Vita e del Centro di Aiuto alla Vita di Casale, sono rimasto anch’io profondamente turbato per l’improvvisa dipartita dal questo mondo del vostro grande padre e Vescovo.
Sono sicuro che il Signore accoglierà nella sua gioia il servo fedele ed il coraggioso apostolo.
La sua testimonianza per la difesa della vita già concepita e non ancora nata resterà un punto di riferimento costante.
Vi benedico di cuore.” + Carlo Card. Caffarra

Giuseppe Garrone
Movimento per la Vita

Vescovo e santità

Negli ultimi tempi il nostro Vescovo aveva due concetti sempre più ricorrenti: passione e fuoco.
Era un vescovo appassionato al suo ministero ma era anche appassionatamente uomo: si appassionava al calcio, al gioco delle carte, ma soprattutto al bello, all’arte. Attraverso il bello toccava Dio. Il bello per lui era esperienza di Dio.

Il cuore di Mons. Germano ardeva per Dio. Non per niente si era appassionato al nostro Ven Casimiro Barello: aveva il suo stesso anelito, “Vorrei che tutti conoscessero Dio, lo amassero e lo servissero”.

Santi come Casimiro Barello, Giovanni Battista, Madleine Delbrel, S. Teresina lo emozionavano profondamente, lo facevano vibrare. Li vedeva abbagliati da Dio, toccati dal fuoco, portatori di fuoco.
Citando un passo del Vangelo di Giovanni relativo a Giovanni Battista, diceva: “Che non avvenga anche a noi che ci accostiamo al fuoco senza venire né scaldati né bruciati”.

Poco più di un mese fa alla nostra vicaria Mons. Germano ha detto:
“Il passaggio del vescovo tra voi vi deve portare la presenza di Gesù , deve ravvivare il dono che col Battesimo è in voi, deve ravvivare il fuoco di Dio che abbiamo ricevuto nel Battesimo, la presenza in noi dello Spirito Santo”.
“Lo Spirito Santo è la forza di Dio in voi, diceva, preghiamo lo Spirito Santo! Solo Lui può riaccendere il fuoco e renderci capaci di diventare testimoni, darci il coraggio di patire per il Vangelo”.
Questa per lui era la santità.

Il nostro vescovo diceva che a un credente pieno di fuoco deve succedere come a Pietro il giorno di Pentecoste, quando all’udire le sue parole tutti si sentirono trafiggere il cuore e chiedevano “Cosa dobbiamo fare?”.

“Dobbiamo anche noi riuscire a trafiggere il cuore” diceva. Ma bisogna essere appassionati, cioè santi.
Ai giovani portava l’esempio di Casimiro, che dove passava scuoteva le coscienze, costringeva a prendere una decisione, portava quel risveglio di fede che era la meta assoluta di Mons. Germano: riportare alla consapevolezza che abbiamo bisogno di Dio.

Dopo l’ultimo viaggio in Africa a Mons. Zaccheo era rimasta una forte nostalgia, un desiderio struggente: una chiesa viva, di credenti gioiosi e appassionati, “coscienti -diceva- di essere il popolo che Dio ha scelto per mostrare le meraviglie del suo amore”.

Un popolo col cuore ardente per Dio, “capace di rileggere il Vangelo, di approfondire la Parola di Dio e farne una luce che ispira il nostro cammino quotidiano, perché la fede in Gesù, così attaccata da tutte le parti in questo tempo, resti il fondamento della nostra vita”.

”La chiesa è iniziata nel fuoco e deve continuare nel fuoco” diceva ai giovani andando a Loreto.
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Maria Ferrero