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MARIA CI PRECEDE

Siamo in cammino e Maria ci precede.
È l’anno di passaggio dopo il Triennio di preparazione e di sviluppo del IX Centenario della consacrazione del nostro Duomo (1107-2007).
Questo lungo periodo è stato vissuto con un progetto pastorale che ruotava attorno ad un simbolo (il Duomo) e ad una sua significazione (La Chiesa nella città).
Il Duomo dei nove secoli è in mezzo alla città: è una Chiesa nel cuore di una città che le è cresciuta attorno, quasi facendo perno su di esso, come suo centro e cuore.
Da questo simbolo abbiamo tratto una conseguenza pastorale: oggi il nostro compito di Chiesa deve essere quello di stare “tra la gente” come un segno vivo e palpabile, un punto di aggregazione e di comunione e insieme una forza propulsiva di missione.
Così le due lettere pastorali che hanno caratterizzato all’inizio e alla fine questo Triennio, nei loro stessi titoli, facevano luce su questo cammino:
- “Una chiesa in mezzo alla città”
(Ecco il simbolo).
- “Una Chiesa fra la gente”
(Ecco il compito).
Abbiamo camminato su questa traiettoria, certi di collocarci su di un sentiero che viene da lontano. Da ben oltre i nove secoli che sono trascorsi dalla consacrazione del nostro Duomo.
Questa nostra Chiesa casalese, che sempre si è riconosciuta attornio all’Urna del santo patrono Evasio, sulla cui memoria nove secoli fa veniva innalzato e consacrato questo straordinario monumento di arte e di fede, cammina nella storia e la continuità del suo cammino “in mezzo alla città” e “nel cuore della gente” è, per così dire, simboleggiato proprio nel grande Duomo di cui abbiamo celebrato il Centenario.
Siamo in cammino, dunque. Una chiesa che cammina nella storia e nell’attualità.
Una chiesa che, nel suo secolare cammino, scopre che Maria la precede.
Di qui il titolo di questa nuova Lettera Pastorale, che fa da ponte tra la celebrazioni del Centenario e il cammino che prosegue.
Siamo in cammino e Maria ci precede.

MA COME CI PRECEDE?
La bella espressione che fu di Giovanni Paolo II dice “Maria ci precede nella peregrinazione della fede”.
È dunque un cammino segnato per Lei e per noi .
In questi mesi, appena trascorsi e imminenti, il cammino della Chiesa in Italia resta segnato dal Convegno di Verona, con la grande prospettiva della speranza.
Ora, la Nota pastorale dei vescovi italiani ci sollecita a proseguire in questo cammino.
Le ultime parole della Nota si agganciano a queste nostre riflessioni.
“In questo cammino - dice- non siamo soli(...) ci accompagna la presenza amorevole di Maria, Madre della chiesa, invocata con mille nomi nei tanti Santuari a lei dedicati nel nostro Paese, vera testimonianza del Risorto e modello autentico per il nostro cammino di speranza”.
E tra i mille nomi anche noi ne abbiamo due carissimi: “Nostra Signora, Regina di Crea” e “La Madonna del Pozzo” l’uno e l’altro a richiamarci una fervorosa pietà popolare che da secoli riconosce in Maria una Madre premurosa, una Sorella luminosa, una mano tesa a ciascuno e a tutti per accompagnarci nel nostro cammino e nella nostra faticosa “peregrinazione” .
Qui ci agganciamo per il nuovo anno pastorale, in continuità con il lavoro fin qui condotto e in prospettiva di impegno per il nuovo anno che avrà una connotazione mariano-vocazionale, di cui diremo subito.
Maria, dunque, ci precede.
E se ci interroghiamo su come Ella ci preceda, possiamo bene riprendere i tre passi che da Verona abbiamo scelto come significativi del nostro cammino pastorale: parlavamo nella Lettera Pastorale per il dopo Verona di tre grandi passi da fare nella nostra azione pastorale.
Il primo passo è l’impegno ad essere una “chiesa concentrata su Cristo ”.
Il secondo passo è la viva responsabilità di diventare sempre più una “chiesa decentrata sull’uomo”.
Il terzo passo ci responsabilizza tutti ad essere una “chiesa tutta ministeriale” posta al servizio dell’intera comunità umana a cui urge sia ancora “comunicato il vangelo” proprio “in questo mondo che cambia”.
Ebbene su questi tre passi Maria ci precede.
Lei che ne è madre ci indica in Figlio Gesù e, come nelle belle icone della chiesa d’oriente è colei che ci indica la via ( Odigitria) .
E la via è Gesù.
Maria ci precede (come allora nel viaggio “in fretta” verso la casa di Elisabetta) nell’attenzione all’uomo, in tutte le sue attese e speranze.
Maria ci precede, guidando la nostra comunità ecclesiale, anzi partecipando lei stessa al nostro cammino pastorale, nella comunione e nella missionarietà.
A noi resta un impegno: come seguirla, visto che Ella ci precede.
Quest’anno che sta tra due stupende feste mariane, l’Immacolata 2007 e la Natività 2008, sia contrassegnato, dunque, dall’impegno di tutti noi a seguire con fedeltà, amore e riconoscenza i passi di Maria “che ci precede nella peregrinazione della fede e nel cammino della speranza”.
L’ANNO PASTORALE
L’ispirazione per dare, a questa annata che segue il Centenario, una connotazione mariana, ci viene provvidenzialmente dall’imminente 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes che, come tutti sappiamo, si sono svolte tra l’11 febbraio e il 16 luglio 1858. Dunque l’annata che ci accingiamo a vivere sarà segnata da questo avvenimento. Del resto anche questi mesi del 2007 sono ancora illuminati da un altro avvenimento il 90° dell’apparizione di Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917.
C’è anche un secondo avvenimento molto meno importante, che riguarda la mia persona: sono stato ordinato il 29 giugno 1958 e dunque l’anno che incominciamo sarà quello del mio cinquantesimo di “Messa”: come si usa dire una “Messa d’oro” . E spero che sia tale. Di qui l’idea di affiancare alla dimensione mariana anche quella vocazionale , perché, al di là della mia persona, occorre dare rilievo all’importanza e all’urgenza di far crescere, in tutta la nostra comunità, una rinnovata coscienza vocazionale.
Di tutte le vocazioni , ovviamente, ma delle vocazioni presbiterali in primo luogo.
E non solo perché ne abbiamo estremo bisogno, ma soprattutto perché il ministero presbiterale resta un fondamento sacramentale per lo sviluppo di tutte le altre vocazioni nella chiesa.
Sarà dunque, per queste due circostanze , un “anno mariano-vocazionale, quello che ci accingiamo a vivere fra l’Immacolata del 2007 e la Natività di Maria del 2008.

IL ROSARIO IN FAMIGLIA
Sceglieremo un piccolo strumento per rendere facile e visibile a tutti il senso mariano-vocazionale della nostra annata .
Lo strumento è il Rosario. Ma di più: è il Rosario da portare in tutte le case , come segno mariano, ma anche come messaggio vocazionale nelle nostre famiglie.
So bene che la scelta è piuttosto ardita, per non dire controcorrente.
Sappiamo tutti, infatti, che le nostre famiglie non hanno più nè l’abitudine, nè la disponibilità di un Rosario in casa.
Al massimo l’hanno ridotto al “Rosario” in parrocchia per qualche amico o parente defunto.
Buona costumanza, ovviamente.
Ma guai se ai nostri ragazzi e giovani lasciamo l’impressione che il Rosario sia soltanto “la preghiera dei morti”.
Vogliamo prendere questa occasione dell’anno mariano-vocazionale per provare, nelle più diverse forme, a riproporre il Rosario in famiglia..
Ribadisco: so bene, perché non sono così ingenuo, che proponiamo una strada in salita. Ma non mi scoraggio in partenza.
So infatti che, magari percentualmente irrilevanti, ci sono alcune famiglie che sarebbero disposte a continuare o ricominciare questa bella tradizione popolare. Magari non proprio tutti, tutte le sere. Magari solo in qualche giorno della settimana e insieme a qualche famiglia vicina.
Qualcuno ci sarà. E non facciamo questione di quantità, ma di qualità.
Poi però so anche che il Rosario (portato da Lourdes o da Fatima o dalle mani del Papa, nel pellegrinaggio a San Pietro) è ancora per molti un regalo gradito.
So anche che qualcuno lo colloca in bella vista sopra il cruscotto della macchina e spero non sia solo per scaramanzia.
Insomma, mi pare di capire che il Rosario può essere un buon messaggero in ogni casa: messaggero di Maria che farà poi Lei il resto di cui noi non siamo capaci.
Dunque, diffonderemo il Rosario nelle famiglie perché vi sia recitato, ma anche perché diventi memoria e messaggio per ogni famiglia circa il suo compito nativo di essere esperienza umana e cristiana fondamentale.
Così forse ( e non è un’illusione!) molte famiglie che pregano possono diventare una fucina di vocazioni. Di tutte le vocazioni comprese quelle sacerdotali.

IL PROGRAMMA PASTORALE
Questa intenzione di svolgere un Anno mariano-vocazionale si concretizzerà in un programma pastorale diocesano che cercherà di tradurre in proposte concrete l’ispirazione dell’anno.
Non rientra nei compiti della Lettera Pastorale, ma non mancheremo di stenderlo e di metterlo a disposizione dei parroci e dei loro collaboratori, soprattutto dei Consigli Pastorali.
Ma dentro la cornice del “programma pastorale” voglio evidenziare a supporto del Rosario in tutte le case, una proposta che qualificherà la nostra annata: la “Visita di Maria” .
La chiameremo così. È la proposta che in ogni parrocchia si individui qualche giornata per accogliere con devozione una statua dell’Immacolata di Lourdes, che, per iniziativa dell’Oftal diocesana, viene messa a disposizione e accompagnata con un proposito di collaborazione.
Ho avuto la gioia di benedire questa bella immagine proprio davanti alla Grotta nel nostro pellegrinaggio del maggio scorso.
Penso che una “visita di Maria” ben programmata e vissuta possa essere, in ognuno delle nostre Parrocchie, un’occasione speciale anche per consegnare a tutte le famiglie il Rosario, insegnando anche a recitarlo per le vocazioni.
Questa iniziativa della “visita” sarà anche finalizzata al pellegrinaggio a Lourdes della nostra diocesi nel giugno 2008 con l’organizzazione dell’Oftal.
Sarà come il momento culminante e simbolico di questa annata mariano-vocazionale.
Abbiamo infatti in animo di accompagnare a Lourdes anche un vasto gruppo di ragazzi e di giovani come abbiamo fatto nel 1999, in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù a Roma.
Quest’anno viviamo così il messaggio della G.M.G 2008 (in unione spirituale con il Papa a Sjdney) proprio ancora a Lourdes.
Il resto delle proposte del programma pastorale le lasciamo al documento operativo di cui faremo ampia diffusione soprattutto presso gli operatori pastorali.
Ora mi preme, nella seconda parte della Lettera pastorale, tracciare qualche elemento di una spiritualità diocesana ispirata alla presenza materna di Maria nella nostra vita.

SE MARIA CI PRECEDE
Non vogliamo che l’anno che si delinea tra l’Immacolata 2007 e la Natività di Maria 2008 si riduca ad una semplice prassi pastorale e organizzativa.
Il programma va bene. Ma è l’ispirazione che lo precede e lo accompagna che più deve interessarci.
Così, mi permetto di completare questa Lettera programmatica con qualche riflessione di fondo che sia ispiratrice di un vero cammino spirituale per tutti noi.
Potremo dire che cercheremo in quest’anno di rifondare e rafforzare la dimensione mariana della nostra pastorale attingendo ad una profonda sorgente di spiritualità.
Mi sono domandato quali caratteri dovrebbe avere una spiritualità mariana nella nostra Diocesi.
E mi sono dato questa triplice risposta: che sia una spiritualità “attenta” alla pietà popolare; che sia aperta ai segni dei tempi; che sia memore della nostra storia. Provo a commentare ed esemplificare queste tre caratteristiche di una nostra spiritualità mariana nei suoi stili, nei tempi nuovi e nelle tradizioni della nostra terra.

UNO STILE: LA POPOLARITA’
Quella che spesso viene chiamata “pietà popolare” ha avuto , in tempi recenti, una sua rivalutazione.
Ciò vuol dire che c’era stata anche una revisione critica che,dal Concilio in poi soprattutto, ha rischiato di cancellarne addirittura il significato.
Avviene sempre così. La critica radicale spesso comporta la cancellazione “tout court”. Come si dice: gettar via il bambino con l’acqua sporca in cui si è lavato.
Così rischiava di avvenire, nella purificazione necessaria di tanti atteggiamenti e comportamenti popolari (e forse anche un po’ popolareschi) nell’esprimere fede, preghiera, liturgie.
Un provvidenziale Documento della Santa Sede (Direttorio sulla Pietà Popolare e liturgica- principi e orientamenti) ci ha aiutati nell’ultimo decennio a purificare, ma anche a valorizzare la pietà popolare.
Che cosa essa sia lo dice bene il Documento che ho citato.
Nell’introduzione, il documento della “Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti” affronta la questione della terminologia e della “pietà popolare” e scrive: La locuzione “pietà popolare” designa qui le diverse manifestazioni culturali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana , si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra Liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal geniodi un popolo o di un’etnia e della sua cultura.
La pietà popolare ritenuta giustamente un “vero tesoro del popolo di Dio” “manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione”(Direttorio su Pietà popolare e liturgia – Principi e orientamenti. Libreria Editrice Vaticana).
La citazione inserita in questo testo è tratta dall’Esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi” n. 48 del Papa Paolo VI di venerata memoria.
Così la pietà popolare si nutre di un ricco passato e serve anche ad un intenso presente. E soprattutto conosce esperienze e stili spesso molto originali. Il radicamento nella tradizione popolare ne è anche il nucleo di valore su cui far leva per rivalutarla.
Il popolo cristiano infatti è il depositario di una fede vissuta e praticata, a cui basta l’attenzione al confronto con la Parola, la Liturgia e la prassi ecclesiale.
La “popolarità” che è anche una preziosa categoria interpretativa che la “Nota” dei Vescovi italiani dopo il Convegno di Verona ha messo in evidenza, soprattutto delineando il ruolo della parrocchia nella Chiesa che è in Italia, può ben essere coniugata con la forte pietà mariana di cui la nostra terra è erede.
Pietà popolare, dunque, come valore da recuperare per il nostro anno pastorale , dando significato a tutte le sue espressioni autentiche ed a tutte le sue valenze spirituali.
Possiamo esemplificare?
Penso a diverse espressioni ancora presenti nella nostra prassi pastorale che, vivificate e valorizzate, possono riattivare il fuoco che ancora è vivo sotto la cenere.
Talvolta mi succede di essere presente a quel gesto di solidarietà che la nostra gente esprime a persone e famiglie colpite da gravi lutti: il Rosario e il Funerale nelle nostre parrocchie.
È un sentimento radicato nella nostra gente a cui dobbiamo soltanto offrire una prospettiva veramente spirituale, per farlo diventare costruttivo nella sua “popolarità”..
Esempi simili si possono moltiplicare.
Le feste per le Prime Comunioni o le Cresime, ancora così radicate nel costume delle nostre parrocchie, ma purtroppo bisognose di purificazione, perché non si riducano a sagre di consumismo diseducativo per tutti.
Le processioni, i pellegrinaggi, le feste devozionali, i Santuari, il Culto delle Reliquie, perfino i canti tradizionali o l’aggancio delle Feste Patronali: tutte circostanze che sono come recipienti (talvolta vuoti o scarsamente significativi) a cui però basterebbe un poco di attenzione e di sensibilità per offrire nuovi contenuti di spiritualità. L’anno mariano ce ne offre l’occasione.

UNA SENSIBILITA’: IL TEMPO
Ma non basta rimpiangere i tempi passati e le glorie (apparenti) d’una pastorale ormai datata. Il rischio c’è . La sensibilità che urge è appunto quella di leggere l’originalità del tempo. È quell’atteggiamento pastorale a cui il Concilio ha dato il nome di “Segni dei tempi”.
È questa la sensibilità nuova che ci deve ispirare nell’impegno di rendere autentica la “pietà popolare”.
È indubitabile che i tempi storici e culturali in cui vivono i nostri ragazzi e i nostri giovani (ma in cui siamo tutti costretti a vivere, compromettendoci con essi) sono davvero “tempi nuovi”: moderni o postmoderni che si vogliano chiamare, essi chiedono di essere interpretati e vissuti con cordiale disponibilità. Calare la spiritualità mariana tradizionale nei tempi nuovi è difficile, ma non impossibile.
Ce ne ha offerto uno stimolo l’indimenticato Paolo VI con un Documento a cui dovremo più spesso fare ricorso: la “Marialis Cultus”.
Rimando tutti a quelle pagine davvero ispirate, a cui anche noi in quest’anno potremo fare culturalmente ricorso.
E in tema più specifico (il Rosario) analogo è il contributo di Giovanni Paolo II in “Rosarium Virginis Mariae” in cui coraggiosamente ha addirittura arricchito i tradizionali misteri con altri cinque tutti rigorosamente biblici.
La sensibilità ai tempi che viviamo è la condizione per non contribuire anche noi a mummificare la nostra prassi pastorale e la stessa devozione a Maria.
La sapienza dello scriba evangelico che sa coniugare “nova et vetera” deve essere anche il nostro stile pastorale. E, ripeto, il tema mariano è occasione straordinariamente preziosa per rinnovare l’intero impianto pastorale nella logica di una popolarità illuminata.

UN SEGRETO: LA MEMORIA
In questo ordine di riflessioni mi viene da valorizzare un segreto: la viva memoria che la nostra storia ci offre.
Ne abbiamo fatto esperienza con il IX Centenario del Duomo.
Un antico monumento che avrebbe anche potuto essere confinato in archivio, è invece diventato, anche culturalmente, attualissimo e carico, perfino, di futuro.
La nostra storia si è così radicata nella cultura del territorio, che una sua intelligente rivisitazione può farla diventare una “chance” per la nostra pastorale.
Pensiamo ai nostri due grandi Santuari: Crea e Madonna del Pozzo. Sono diversi, ben inteso, ma sono ambedue così radicati nei territori monferrini da costituire per l’Anno Mariano una opportunità pastorale certamente insostituibile.
Così è ancora della “Grotta Ganora” alle porte della città nel ricordo del Miarcolo lourdiano che ha toccato sì la famiglia Ganora nel 1950,ma che è diventato possesso spirituale dell’Oftal e della stessa nostra Diocesi.
Penso al bene che ha seminato nei decenni passati quella straripante azione missionaria che ci caratterizza, grazie all’indimenticabile Padre Avidano e ai suoi collaboratori e collaboratrici: la “Propaganda mariana ” che portò il nome di Casale in tutta Italia.
E ancora: che dire dell’azione capillare e profonda dell’Oftal nell’accompagnare a Lourdes, a Oropa, a Loreto a Banneaux malati e pellegrini, ogni anno, da tanti anni con costanza, generosità, impegno missionario?
Sono tutte connotazioni di una “spiritualità mariana” diffuse capillarmente nella nostra tradizione monferrina. a cui faremo bene a porre attenzione.
Qualcosa c’è da conoscere e qualcosa c’è anche da scoprire: è il caso del nostro Venerabile Casimiro Barello, nato a Ostino di Cavagnolo e sepolto ad Alcoy in Spagna, dove nell’occasione del 150° della nascita, siamo andati quest’anno in pellegrinaggio.
Il suo Rosario è una reliquia.
Il suo insegnamento un messaggio.
A proposito di pietà popolare e di recupero di una memoria diocesana, la straordinaria figura del Venerabile Casimiro Barello è indubbiamente un’opportunità da valorizzare.
È un giovane, è un pellegrino di Dio, è un povero per elezione e per scelta, è un testimone dell’Assoluto, è un devoto dell’Eucaristia, è un apostolo del Rosario, è un esempio di carità.
Conoscere e far conoscere la bella figura di questo giovane laico anticonformista e coraggioso, bandiera e manifesto di un Vangelo alternativo alla mollezza dei tempi e al consumismo dilagante può essere davvero una proposta significativa per questa annata che stiamo per avviare.
Resta da dire che in tema di memoria ogni nostra parrocchia può vantare occasioni privilegiate: vi sono splendidi altari del Rosario in molte chiese piccole e grandi, a cominciare dalla stupenda Chiesa di San Domenico in città.
Del resto sono dedicazioni patronali a Maria in tutti i suoi misteri, nella ricchezza delle nostre parrocchie . E in città vi è anche il piccolo (e un po’ dimenticato) Santuario della Madonna sulle Mura. La parrocchia di Sant’Ilario lo valorizza nel mese mariano. Forse quest’anno potrebbe essere un’occasione qualificata per riproporre alla città intera, con qualche speciale iniziativa, una rinnovata valorizzazione di questo antico e suggestivo luogo mariano, che può essere considerato il Santuario mariano cittadino per eccellenza.
Vi sono feste patronali (moltissime per l’Assunta) che costellano l’anno pastorale e il territorio in ogni suo angolo.
C’è insomma in questa benedetta nostra terra un tessuto di storia e di devozione mariana che deve essere, in quest’anno attentamente valorizzato. È possibile farlo. È l’occasione per farlo.

IL GIUBILEO SACERDOTALE
A questa ricchezza di spiritualità mariana che ha nel 150° di Lourdes il suo perno strutturale, si aggiunge provvidenzialmente in questa annata 2008, l’anniversario della mia Ordinazione Presbiterale, avvenuto il 29 giugno 1958, che era l’Anno Centenario di Lourdes.
Fu in quell’anno che per la prima volta, andai a Lourdes, nell’ottobre, con il pellegrinaggio della diocesi di Novara.
Avevo vinto un concorso che aveva per premio, appunto, un viaggio a Lourdes: una ricerca tra i seminaristi di Italia su Lourdes e le Apparizioni. Credo d’aver smarrito quel testo che oggi rileggerei con un certo interesse, per capire qualcosa di ciò che mi spinse allora ad occuparmi di Lourdes e del suo messaggio.
Resta il fatto che il mio sacerdozio è iniziato nel Centenario delle Apparizioni lourdiane e ora, nel celebrare la “messa d’oro” come si usa dire, mi trovo ancora coinvolto con Lourdes e il suo mistero.
Al di là di queste circostanze autobiografiche, bisognerà dare un senso pastorale al “Giubileo sacerdotale” del vescovo in questo 2008.
E l’aspetto pastorale è presto trovato: aggiungere alla componente mariana quella vocazionale, come s’è detto nella delineazione del programma. Al “Sì” di Maria , dare risposta con tutti i nostri “sì” e con i “sì” dei nostri giovani.
“Vocazione e vocazioni”, potrebbe essere lo slogan.
Perché la vocazione è una, ma nello stesso tempo le vocazioni possono essere tante.
Alla base c’è per tutti la vocazione: quella fondamentale radicata nel Battesimo e rinsaldata nella Cresima. È la vocazione cristiana. È la vocazione a seguire Gesù come discepoli che, posta mano all’aratro, non si volgono indietro.
Dentro alla vocazione (che è di tutti) ci stanno tutte le vocazioni (che sono di ciascuno).
Ciò che conta è concepire la vita come vocazione.
È la vita stessa, con le sue circostanze di persone, di situazioni, di tempi e di luoghi a definire le vocazioni.
Che sono molte e diverse, come i carismi di cui parla l’Apostolo Paolo.
Per me ci fu, dall’infanzia, la vocazione al sacerdozio ministeriale.
Talvolta i bimbi e i ragazzi che incontro in diverse circostanze mi interrogano su molte cose, tra cui questa: come è nata la sua vocazione?
A tutti quei ragazzi dedico oggi questa conclusione della Lettera Pastorale .
Ancora oggi, cinquant’anni dopo l’ordinazione sacerdotale, non so come rispondere in modo corretto alle vostre domande, cari ragazzi.
Però posso dire ci ho pensato fin da ragazzo.
Facevo il chierichetto nella mia parrocchia e presso il santuario del mio paese: un santuario bello e antico in cui si venera l’immagina della Pietà: Gesù con Maria e Giovanni. E Maria si accosta a Gesù e con la mano gli apre il costato ferito dalla lancia.
Ricordo di aver sempre sentito parlare di quella mano della Madonna che mi impressionava per la sua grande umanità, ma anche per lo sconvolgente realismo.
Ora a distanza di ormai tanti anni (quasi cinquanta di sacerdozio, ma molti altri di infanzia, adolescenza e giovinezza) mi par di capire che anche la mia vocazione è sgorgata da quel Fianco squarciato e da quella mano materna.
Vorrei essere anch’io come Giovanni che fissando lo sguardo su quel costato benedetto , si rivolge ancora a tutti dicendo “Chi ha visto ne dà testimonianza”.
Quanto vorrei essere stato in questi cinquant’anni di sacerdozio, testimone dell’Amore!
Per questo vivo l’imminenza del mio “giubileo” nella speranza che ad altri giovani della nostra terra venga offerto il fascino della vita vissuta come una vocazione: la vocazione della testimonianza.
Di qui nasce l’intenzione di un anno vocazionale, dentro l’anno di Maria.
Non c’è contrasto fra le due prospettive. Anzi.
È l’occasione per radicare la pastorale vocazionale all’interno delle nostre famiglie, nel cuore delle nostre mamme: quelle di una volta e quelle di oggi che mamme lo sono pur sempre: mamme con Maria dalla cui mano osiamo ancora sperare, possano nascere le nuove vocazioni, anche quelle alla vita sacerdotale di cui le nostre comunità sentono una acuta nostalgia.
E INFINE....
Abbiamo siglato questa Lettera nel segno di Maria che “ci precede” .
Essa infatti sempre ci precede.
Anche verso l’ultima meta.
Per questo ho scelto come icona di questa Lettera la bella immagine di Maria incoronata Regina , mentre ascende al cielo, nell’abbraccio della Trinità: l’ultimo mistero del Rosario così ben raffigurato al culmine del cammino del Sacro Monte di Crea.
Fin lassù ci precede Maria. Lungo il sentiero che sale, lungo la vita che si snoda, oltre le tappe, le soste, le incertezze, oltre la stanchezza e i tradimenti.
Maria ci precede “nella peregrinazione della fede” come il santo cammino di Crea ci insegna, verso la meta che ci addita.
Nella cappella del Paradiso fra le schiere degli angeli che portano in trionfo la Madonna, un coro di santi ci invita e ci accompagna.
Sono i tanti fratelli e le tante sorelle che ci hanno preceduto, seguendo Maria.
Anch’essi ci accompagnano in questo anno vocazionale perché è vero: “La nostra Chiesa è la Chiesa dei santi”, come più volte ho detto e scritto citando una pagina di poesia e di verità del grande scrittore Bernanos.
La “Chiesa dei Santi” ci precede, con Maria che è Regina di tutti i santi.
Auguri a tutti per questo nuovo anno pastorale, in compagnia dei Santi, in compagnia di Maria.
+ Germano
Vescovo


Casale, 8 dicembre 2007


CHIESA FRA LA GENTE

Carissimi fratelli e amici,
perché sento il bisogno di scrivervi ancora una lettera?
L’ispirazione mi è venuta da alcuni di voi, dico di voi sacerdoti, quando mi avete chiesto di interpretare per la nostra Chiesa il Convegno di Verona a cui ci siamo prepararti con impegno e di cui abbiamo voluto cogliere il messaggio nel recente nostro Convegno Diocesano, nella prima settimana di novembre.
Ed insieme mi urge scrivervi all’apertura ormai dell’Anno Centenario del nostro Duomo, avvenimento che non abbiamo voluto passare sotto silenzio, tanta è la sua importanza civile, culturale, religiosa.
E all’idea di scrivervi una lettera, un po’ fuori dai tempi e modi delle “Lettere Pastorali” mi torna alla mente quella suggestiva pagina dell’Apostolo Paolo quando scrive, per la seconda volta , alla comunità di Corinto:
“La nostra Lettera siete voi,
lettera scritta nei vostri cuori,
conosciuta e letta da tutti gli uomini.
È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo,
scritta non con inchiostro,
ma con lo Spirito del Dio vivente,
non su tavole di pietra,
ma su tavole di cuori umani.
(2 Cor. 3,23).

La lettera siamo noi, Chiesa di sant’Evasio, mentre celebriamo nove secoli di storia del nostro Duomo, rievocando la lunga serie dei nostri santi che hanno lasciato in questo territorio la traccia della santità di Cristo.
Alla gente di oggi, spesso indifferente o distratta, talora immemore delle proprie radici cristiane e in ogni caso tentata da un materialismo dilagante, le pietre antiche del nostro Duomo, possono ancora essere una lettera scritta “non su tavole di pietra ma su tavole di cuori umani”?
Io credo e spero di sì.
I nostri cuori, infatti, sollecitatati ad essere, anche per l’oggi “testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” possono essere la lettera che la gente attende, mentre sente crescente il bisogno di speranza.
E noi diremo loro, come fossimo una lettera “scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente” che Gesù Risorto continua ad essere nei secoli (ben oltre ancora i nove lunghi secoli della storia del nostro Duomo) “la speranza del mondo”.
Il Convegno di Verona
Questo infatti ha voluto dirci il Convegno ecclesiale delle Diocesi di tutta Italia, recentemente celebrato a Verona.
Dalle molteplici provocazioni che ci sono venute da quell’evento, cercheremo di raccoglierne alcune: quelle più urgenti per la nostra comunità.
Ma prima cerchiamo di raccontare, sia pure in grande sintesi ciò che effettivamente è avvenuto a Verona in quelle giornate dal 16 al 20 ottobre u.s.
Poi cercheremo di individuare alcune piste di interpretazione, soprattutto richiamandoci le tre belle serate del nostro Convegno Pastorale di novembre.
Infine, nella terza parte di questa lettera mi sforzerò di indicare alcune prospettive pastorali per la nostra Chiesa diocesana.
I. LA CRONACA DELL’EVENTO
Ed eccoci alla prima tappa: un po’ di racconto.
Vado un po’ per rapide pennellate.
Ma non posso tralasciare il folgorante inizio, dentro il grande catino dell’Arena dove si è svolta l’assemblea di apertura.
Un simbolo, anzitutto: la “nube dei Testimoni” (Ebr. 12,1).
Prima li abbiamo invocati i nostri Santi: tutti i santi protettori delle Diocesi italiane, oltre duecento. Una litania interminabile e suggestiva (c’era anche il nostro Sant’Evasio!).
Il punto più alto di commozione è stato però alla fine della serata: ormai era buio. E mentre l’orchestra e il coro dell’Arena attaccavano il celebre “Regina Coeli” di Mascagni (dalla “Cavalleria Rusticana”) si sono accese tutte le icone dei santi nello scenario della grande Arena veronese.
Si direbbe un “coup de theatre” se non fosse stata una verità: la Chiesa dei Santi.
E già che ci siamo con i Santi, vi faccio pensare a quello splendido viale che ogni giorno ci introduceva ai grandi ambienti del Convegno, nell’immensa area della Fiera.
Lì c’erano a destra e a sinistra dell’immensa folla (3.000 persone circa) che si recava ai lavori assembleari, sedici gigantografie di uomini e donne che, nel secolo appena passato, sono stati testimoni di vita cristiana nei vari campi della vita laicale: i santi del nostro tempo.
C’era La Pira, il sindaco santo di Firenze; c’era Marcello Candia, l’industriale lombardo andato in Brasile a fondare un lebbrosario; c’era Gesualdo Nosengo, piemontese, educatore e pedagogista, uomo della scuola; c’era quel Giovanni Palatucci., il questore che salvava gli ebrei e ci ha rimesso la vita.
Tanti (sedici) erano, ognuno con una biografia da brividi.
Arte e liturgia

Un’altra componente del Convegno era la dimensione artistica e liturgica con un carico di suggestioni che la cronaca non è riuscita ad evidenziare.
Le grandi assemblee al mattino e alla sera erano un popolo, che pregando e cantando in profonda unità di spirito, dava di sè la migliore immagine: una Chiesa in adorazione.
Il culmine fu l’assemblea liturgica allo stadio, presieduta dal Papa : una festa di popolo. Il popolo cristiano.
E poi l’arte. Belle mostre tutte da ammirare e da capire, come l’icona del Convegno che ha lasciato molti stupiti: un evanescente figura di uomo emergente dalla luce come lo sbocciare di un fiore a primavera. Il Risorto!
Per l’arte va segnalato soprattutto lo straordinario “oratorio” del Maestro Colla , compositore alessandrino che, sulle parole del poeta Mussapi, anch’egli piemontese, ha costruito un’opera mirabile: “Resurrexi” che coro e orchestra scaligeri hanno eseguito con straordinario effetto artistico.
Il Papa e gli altri
Ma la cronaca deve recensire anche i grandi interventi magisteriali.
Quello del Papa , anzitutto, che ha dominato il Convegno con un intervento di grandissimo impegno e spessore, arricchendolo poi ulteriormente con la lucida omelia allo Stadio.
Ma col Papa , sono da raccontare anche altri importantissimi interventi: l’ apertura ufficiale del Card. Tettamanzi, le conclusioni articolate e impegnative del Card. Ruini: due pilastri.
Poi la relazione del teologo Brambilla, contrappuntata dai tre interventi: uno spirituale (BIGNARDI),uno culturale (ORNAGHI) uno socio-politico (PEZZOTTA).
E fin qui i momenti espositivi.
Ma il Convegno è consistito soprattutto nei lavori di gruppo, nei cinque ambiti (affettività, lavoro e festa, fragilità, tradizione e cittadinanza) che, dopo le relazioni introduttive ad ogni ambito, hanno visto impegnati, a gruppi di lavoro, tutti i quasi tremila delegati.
Un lavoro durato un giorno e mezzo con arricchimento di interventi di grande qualità e spessore.
Così davvero si può dire che le quattro giornate del Convegno sono state ampiamente condivise e approfondite.
Uno straordinario impegno organizzativo e un eccezionale evento di una Chiesa davvero di popolo.

II. L’INTERPRETAZIONE DELL’EVENTO
Tentare di dare un’interpretazione il più possibile corretta di un evento così ricco e e complesso è perfino un po’ temerario.
Eppure è necessario perché in quei giorni e un po’ anche dopo, sono girate nei media italiani interpretazioni cervellotiche e false.
Lo ha detto bene e con ineccepibile documentazione al nostro Convegno di novembre il giornalista di “Avvenire” Umberto Folena.
E senza riprendere tutte le sue argomentazioni voglio qui ricordare una cosa sola: leggendo i giornali italiani in quei giorni (eccezione fatta per pochissimi, tra cui- solitario- “Avvenire”) si aveva del Convegno un’interpretazione che a dire distorta è dir poco .
Perciò, almeno in rapidissima sintesi voglio qui riprendere alcune interpretazioni offerte al nostro Convegno pastorale da parte del sociologo Luca Diotallevi e del vescovo di Novara Mons. Corti.
Sono interpretazioni che hanno tra loro una singolare parentela per la serietà dell’impegno e per certe profonde consonanze spirituali.
La mia è una forte sintesi, ma spero di aver raccolto almeno i punti essenziali.
Tre sono le parole-chiave che, secondo il Prof. Diotallevi, possono servire per interpretare Verona: adorazione, decentramento, discernimento.
Dell’adorazione ha parlato il Papa dando corpo a tutte le riflessioni emerse nei vari interventi. Si tratta in definitiva di poggiare su Cristo morto e risorto tutta l’azione pastorale della Chiesa. E non è quella cosa ovvia che sembra a prima vista.
Il Papa infatti ha osservato che il pericolo della secolarizzazione non viene solo dall’esterno: esso rischia di intaccare anche l’azione dei cristiani e la loro stessa fede che, in certo modo, corre il rischio anch’essa di secolarizzarsi.
Urgente è perciò “l’adorazione prima di ogni attività e di ogni programma”.
Il secondo pilastro è la coscienza che siamo Chiesa non per noi stessi, ma per l’uomo, la società, il mondo.
Diotallevi ha fissato il concetto con una parola provocatoria “decentrarsi” .
È quello che si chiamava una “Chiesa estroversa” che non si concentra su se stessa (se mai sul Risorto!) ma si “decentra” verso l’uomo, il suo destino, la sua vicenda storica.
A questa prospettiva si agganciano i quattro capitoli sostenuti- come centrali- da Mons. Corti.
Anzitutto è il riferimento antropologico che è stata una costante nell’ultimo decennio ed è rimbalzato continuamente negli interventi di Verona. Torna qui gran parte dell’Enciclica “Redemptor hominis ” basilare per il pontificato di Giovanni Paolo II: “l’uomo via della Chiesa”.
Da qui la particolare attenzione data al sociale e alla responsabilità politica: un tema serpeggiato in tutti gli interventi ed esplicitamente toccato anche dal Papa nel senso di un autentico servizio all’uomo e alla società.
Servizio duplice, per altro: di una fede educante e di un amore operoso, che costituiscono l’originalità della presenza cristiana nella storia.
Tutto ciò è possibile- concludeva Diotallevi- se si riesce ad esprimere quell’orientamento già emerso nel precedente Convegno di Palermo: il discernimento cristiano e comunitario.
Piste tutte che danno al Convegno di Verona un ruolo innovativo nello sviluppo di tutto il cammino postconciliare.
È infatti al Concilio che occorre tornare per trovare la vera sorgente del rinnovamento pastorale esigito dal “mondo che cambia”.

III. LE PROSPETTIVE PASTORALI.
È forse meglio dire un tentativo di progettazione pastorale per la nostra Diocesi a partire dal Convegno Ecclesiale di Verona.
Sono alcune indicazioni pastorali di fondo che il Vescovo esprime come suo personale (ma autorevole) contributo applicativo dei grandi contenuti del Convegno alle urgenze della nostra pastorale diocesana.
Consistono in una premessa e in una conclusione all’interno delle quali stanno tre tesi assiomatiche.
La premessa.
Potrebbe essere riassunta così: “speranza, sì, ma come?”.
Nella sua prolusione, ricca e articolata, il Card. Tettamanzi ha detto: “Parliamo non solo di speranza, ma anche e soprattutto con speranza”.
È la mia scelta preliminare perché percepisco che di speranza abbiamo bisogno tutti: nel mondo intero, certo, ma anche qui da noi.
Con speranza, dunque.
Sia la città e il territorio, che le nostre stesse comunità ecclesiali- lo ribadivo nell’Omelia di sant’Evasio- deve ritrovare la speranza.
Non dico la speranza facile e un po’ sciocca di chi non vuole vedere i problemi, ma la speranza che sa stare dentro ai problemi.
In città e nel territorio monferrino pesa da tempo un certo clima di disfattismo: tutto va male, tutto è precario.
Siamo una comunità anziana , sempre più in basso quanto a natalità.
Siamo una città che sta perdendo ora un’istituzione, ora un’altra
Dal regresso demografico a quello istituzionale, il passo è breve anche ad altre ”sofferenze” della nostra comunità:tra tutte la tragedia dell’Eternit , causa accertata di una serie ininterrotta di morti per l’infausto mesotelioma.
Qualche ragione di sofferenza è dunque evidente fino a generare quell’atteggiamento talvolta un po’ vittimista, che scoraggia l’opinione pubblica.
Dobbiamo darci una scossa: dentro alle situazioni difficili si vede l’orgoglio di una comunità e il suo spirito di reazione: così anche per qualche cedimento sul piano occupazionale e per il non facile inserimento di un’immigrazione che si fa notare sempre di più.
Occorre reagire: e la predicazione della speranza a cui è chiamata la comunità cristiana può essere l’occasione propizia.
Senza dire che anche la nostra Chiesa deve saper affrontare “con speranza” anche i suoi problemi interni.
Penso alla scarsità di vocazioni sia religiose che presbiterali: queste ultime rendono molte popolazioni allarmate per la carenza di sacerdoti, sempre più pochi, ma anche sempre più anziani.
Dico di queste, ma si potrebbe anche enumerare altre preoccupazioni: molte delle nostre belle chiese chiedono talvolta interventi che vanno oltre le nostre disponibilità economiche; la pastorale soprattutto verso le giovani generazioni è spesso in difficoltà , soprattutto in un certo generalizzato abbandono dei ragazzi, subito dopo la Cresima; le difficoltà in cui si trova l’associazionismo laicale (a cominciare dall’Azione Cattolica) e la continua diminuzione delle presenze domenicali dei fedeli.
Questa e molte alte preoccupazioni tarpano le ali alle nostre speranze.
È giusto, quindi e urgente che il messaggio della speranza, che ci è giunto da Verona, sia accolto e amplificato con il civile coraggio di tutti.
Trovo che una pagina della prolusione del card. Tettamanzi faccia anche al nostro caso. La trascrivo:
“La speranza come stile virtuoso è parte essenziale e integrante del realismo cristiano. Certo, nessuno di noi può minimamente negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti e talvolta inediti dell’attuale momento storico – l’elenco non terminerebbe mai –, ma tutti, grazie alla presenza indefettibile di Cristo Signore e del suo Spirito nella storia d’ogni tempo, possiamo e dobbiamo riconoscere che la speranza non è solo un desiderio o un sogno o una promessa, non riguarda unicamente il domani, ma è una realtà molto concreta e attuale, che non abbandona mai la nostra terra: le persone, le famiglie, le comunità, l’umanità intera, soprattutto la Chiesa del Signore.
È dunque nella coscienza umile dei nostri ritardi, fatiche, lentezze e inadempienze e nel segno di un’immensa gratitudine al Signore e di una fiducia incrollabile nel suo amore che siamo chiamati a vivere questo Convegno nell’orizzonte della speranza. Chi ha occhi e cuore evangelici vede e gode del numero incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che sono in atto nei più diversi ambiti delle nostre Chiese e nella nostra società. Ci sono tantissime persone e gruppi che continuano a scrivere “il Vangelo della speranza” nelle realtà e nelle vicende più disagiate e sofferte della vita quotidiana. Possiamo allora applicare qui quanto leggiamo nell’esortazione Christifideles laici: «Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività d’ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio – della crescita del regno di Dio nella storia» (n. 17).” (dalla prolusione del card. Tettamanzi)
Le tre indicazioni
Dentro la logica di queste premesse colloco ora, prima sinteticamente e poi analiticamente, le tre indicazioni pastorali che, come Vescovo, intendo suggerire per la nostra Chiesa.
Sono concatenate fra loro ed emergono abbastanza chiaramente dal capitolo delle interpretazioni del Convegno di Verona che abbiamo raccolto e sintetizzato nel Convegno Pastorale.
Le esprimo con tre caratteristiche che la nostra Chiesa potrebbe fraternamente assumere.
Dico anzitutto che vorrei una “Chiesa concentrata su Cristo” : così che emerga con assoluta verità la centralità del Risorto, speranza del mondo.
Poi immagino una “Chiesa decentrata sull’uomo” e vorrei quasi dire dichiaratamente esposta verso tutto ciò che è umano, seguendo l’insegnamento conciliare della “Gaudium et Spes”.
E se la prima caratteristica definisce la Chiesa come comunione (su cui tanto si è insistito a Verona) e la seconda la definisce come missione , vorrei che la terza caratteristica ne definisse il “servizio”.
Così la definirei una “Chiesa tutta ministeriale”in cui cioé tutti, non solo il parroco e pochi altri, si sentano impegnati al “servizio” proprio nel senso ministeriale della parola, superando così il rischio di un ritorno improvvido di un serpeggiante clericalismo.
Analizzo ora, con maggior precisione ciascuna di queste indicazioni pastorali, che mi pare possano dare concretezza alla nostra Chiesa nel senso della testimonianza e della speranza.
1. Una Chiesa “concentrata su Cristo”
È questa l’indicazione essenziale e primordiale.
Il teologo Franco Giulio Brambilla l’ha detto esplicitamente nella sua relazione
La centralità del Crocefisso risorto è ciò su cui sta o cade il futuro della Chiesa e la testimonianza nel mondo.
Le forme dell’annuncio del Vangelo, l’esperienza della celebrazione cristiana, il modo di essere e fare la Chiesa devono essere il luogo in cui gli uomini e le donne d’oggi sono rigenerati a vita nuova e sono messi in grado di creare legami di fraternità e di nuova presenza nel mondo. Ciò trova spazio in una diffusa scoperta dell’im­portanza della vita spirituale delle persone. Nel tempo postconciliare è consolante vedere quante persone semplici, nella vita personale, nella ricerca della vocazione, nella famiglia, nella professione laicale, hanno riscoperto la fame della Parola, il bisogno di una liturgia viva, il gesto ripetuto della carità e la passione dell’impegno sociale.
È detto bene, è detto chiaro.
Qui sta il fondamento.
Del resto cito alcune frasi con cui il Papa stesso ha fortemente sottolineato questa “centralità” del Risorto.
“Avete compiuto una scelta assai felice- ha detto nel suo importante intervento- ponendo Gesù Risorto al centro dell’attenzione del Convegno e di tutta la vita e la testimonianza della Chiesa in Italia.
La risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana dall’inizio e fino alla fine dei tempi”.
Al Papa ha fatto eco con insistenza e fedeltà il Card. Ruini nella sua relazione conclusiva del Convegno. E sulla stessa onda tutti gli interventi hanno finalizzato questa “centralità” del Risorto.
Si tratta allora di “ricentrare” su Gesù ( e su lui solo) l’azione pastorale nelle nostre comunità parrocchiali.
Non è tempo perso nè programma ripetitivo. Alla sorgente bisogna sempre tornare, come ribadiva il messaggio alle Chiese particolari in Italia:
“Su questa esperienza del Signore risorto si fonda la nostra speranza.
La nostra speranza, infatti, è una Persona: il Signore Gesù, crocifisso e risorto. In Lui la vita è trasfigurata: per ciascuno di noi, per la storia umana e per la creazione tutta.
Su di Lui si fonda l’attesa di quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte , e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza.
Noi desideriamo vivere già oggi secondo questa promessa e mostrare il disegno di un’umanità rinnovata, in cui tutto appaia trasformato”.
A questa centralità è riconducibile l’appello del Papa all’adorazione, quando ha detto: “prima di ogni attività e di ogni nostro programma deve esserci l’adorazione, che ci rende davvero liberi e ci dà i criteri per il nostro agire”.
La conseguenza di questo ricentramento su Cristo è la priorità della “comunione nella Chiesa”.
Comunione fondata su Cristo, ma esteta a tutto il popolo credente.
Di questa profonda comunione ecclesiale c’è bisogno anche in tutte le nostre comunità.
Ne ha parlato a lungo e con grande passione il Card. Tettamanzi nella prolusione del Convegno.
“Siamo consapevoli che l’essere oggi “testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” domanda una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli più compattata e dinamica, più libera e insieme strutturata, più convinta e convincente, più visibile e credibile. Non si dà testimonianza cristiana al di fuori o contro la comunione ecclesiale!
Una comunione, questa – lo dobbiamo marcare con forza –, che nel suo spirito interiore e nel suo realizzarsi storico fiorisce e fruttifica sempre e solo come triade indivisa e indivisibile di comunione-collaborazione-corresponsabilità. La comunione ecclesiale conduce alla collaborazione: dall’anima e dal cuore alle mani, ai gesti concreti della vita, alle iniziative intraprese, in una parola al dono reciproco e al servizio vicendevole (cfr. Romani 12,9ss). E, a loro volta, comunione e collaborazione non possono non portare a forme di vera e propria corresponsabilità, perché l’incontro e il dialogo sono tra soggetti coscienti e liberi, tra le menti che valutano la realtà e le volontà che liberamente affrontano e forgiano la realtà stessa, e dunque nell’ambito del discernimento e della decisione evangelico-pastorali. Certo, una corresponsabilità nella quale sono diverse le competenze e diversi i ruoli dei vari membri della Chiesa, ma sempre un’autentica corresponsabilità”.
Tutto chiaro, dunque: dal “ricentrarsi” nel Risorto nasce per la Chiesa il dono e l’impegno della comunione ecclesiale.
E la “triade” (comunione-collaborazione- corresponsabilità) rappresenta una pista di lavoro, anche per noi, molto concreta e, vorrei dire, quasi immediatamente praticabile.

2. Una Chiesa “decentrata” sull’uomo.
Se c’è una caratteristica peculiare di questo Convegno ecclesiale è quella di una sua particolare attenzione alla condizione sociale e culturale delle persone che vivono oggi in Italia.
La Chiesa cioé si è interpellata sulla sua capacità (e soprattutto sul suo dovere) di essere testimone di speranza per la nostra gente.
Per questo il grande spazio dato agli ambiti (sia con le loro prolusioni e conclusioni da parte degli esperti, sia con il largo spazio dato all’assemblea attraverso i gruppi di lavoro) ha voluto essere un modo di impegnarsi tutti all’attenzione verso “le gioie e le speranze” dell’umanità di oggi.
Citatissimo infatti l’incipit della “Gaudium et spes” che può bene essere indicato come il motto ideale del Convegno: Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Per ciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. (G. et .S n.1)
Così abbiamo potuto intercettare l’uomo, che Giovanni Paolo II aveva indicato con la “via della Chiesa” Una Chiesa, diremo, “sbilanciata” sull’uomo.
O, per meglio dire una “Chiesa estroversa” che più si radica nel Risorto più si espone sulla condizione umana a cui annunciare la speranza.
I cinque ambiti di Verona diventano così le “cinque vie” di una Chiesa “decentrata” da se stessa verso l’uomo da salvare.
E basterà uno sguardo fugace a quegli ambiti, dentro cui annunciare la speranza, per convincerci che il nostro impegno di Chiesa è proprio questo: decentrarci verso la gente.
Tutto l’ambito dell’affettività , oggi ci fa intercettare l’uomo e i suoi problemi esistenziali: l’amore, la sessualità, il matrimonio, il rapporto uomo-donna, la condizione giovanile, l’essere genitori e figli, il circondare d’amore malati e anziani.
C’è un vastissimo campo per il nostro ministero ecclesiale.
Com’è della questione sociale, del lavoro e della festa, del tempo da vivere e non da sprecare, delle incertezze di fronte alla scarsità delle risorse.
Un ambito spesso problematico che nel tempo della globalizzazione diventa spesso drammatico.
E drammatico è sovente, anche intorno a noi, la condizione di fragilità in cui vive la gente: i poveri, gli immigrati, gli emarginati, i senza casa e senza amore, i malati di ogni genere e specie. Insomma gli “ultimi” della nostra società ricca e ingiusta.
Quale enorme spazio di impegno per una Chiesa che voglia essere fedele alla parabola “Avete fatto.... non avete fatto” (Mt 25,)
Restano gli ambiti della socialità, della cultura, della politica.
La tradizione come consegna educativa di valori alle generazioni che si affacciano alla città.
La cittadinanza come apertura di solidarietà civile e politica.
E se è vero, come ha ribadito il Papa a Verona che “la Chiesa non è e non intende essere un agente politico” è però vero che “nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica”.
Come è evidente, solo una “Chiesa estroversa” può assolvere questi compiti.
E la nostra Chiesa tale vuole essere - come andiamo ripetendo in questo IX Centenario del Duomo- “Una Chiesa in mezzo alla città”.
Questo slogan, desunto dalla simbologia di un Duomo che da nove secoli sta al centro e al cuore della nostra città, può ben sintetizzare questa linea di impegno pastorale che chiaramente si esprime come “missionarietà”.
Il documento dei Vescovi italiani che descrive “il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” trova in questo ordine di pensieri e di scelte il suo humus pastorale.

3. Una Chiesa tutta ministeriale.

A Verona, si è parlato molto e a lungo dei laici: cioè quei “Cristifideles laici” di cui Giovanni Paolo II ci aveva a lungo e profondamente parlato.
Ebbene sarà proprio questa la terza indicazione e linea di impegno per il nostro “dopo- Verona”.
Non è da oggi che ne parliamo, ma l’evento di Verona ci costringe a riprendere e approfondire questa tematica: “Una Chiesa tutta ministeriale”.
Si tratta di uscire da un inveterato “clericalismo” che appiattisce la Chiesa (e la parrocchia) solo sul clero: il prete e pochi addetti ai lavori.
È dal Concilio Vaticano II che questo sottile cancro del clericalismo viene battuto in breccia. Eppure è duro a morire.
Non si tratta di escludere i preti o di confinarli in sacrestia. Si tratta di uscire tutti, preti e laici, dalle nostre comode abitudini di sacrestia per andare “in mare aperto”, come dicevo nell’omelia di sant’Evasio, facendo eco all’invito di Papa Giovanni Paolo II dopo il Giubileo;
“Duc in altum” “Prendi il largo”.
Ma ciò è possibile ad una Chiesa (e ad una parrocchia) che non riduce i laici ad una dorata passività.
È nelle mani dei laici il ministero dell’evangelizzazione a tutto campo.
La parola magica è “servizio ecclesiale” e “cioé ministerialità diffusa”.
Il Prof Brambilla a Verona parlava di “immaginare la Chiesa come una comunità di popolo” e perciò tratteggiava il volto di una ministerialità a tutto tondo.
“Nell’ottica della testimonianza si potrà meglio mettere a fuoco la figura del laico. La vocazione laicale raccomanda la cura della formazione, il riconoscimento dei doni di ciascuno, la creazione di nuovi ministeri, la responsabilità che deve essere richiesta e riconosciuta, l’autonomia per l’impegno nel mondo, nella professione, nel terziario, nella pólis, nell’agone politico, negli spazi culturali, nella missione ad gentes. Il laico, come testimone, dovrà “immaginare” un triplice spazio di cura di sé, in particolare la sua vocazione formativa, comunionale e secolare”
E questa triplice connotazione dell’apostolato laicale ci interpella.
Formazione, comunione, secolarità: tre piste di lavoro anche per la nostra Chiesa e il nostro impegno pastorale.
Cito ancora il Prof Brambilla:
“Bisogna ritornare prima di tutto a riscoprire la vocazione formativa delle comunità cristiane. L’accento di novità del Convegno ecclesiale è quello di una formazione che abbia una forte armatura spirituale, che sappia rinnovarsi ai fondamenti della vita battesimale (la parola, il sacramento, la comunione), la radice che alimenta tutte le vocazioni e le missioni nella Chiesa . In secondo luogo, si dovrà coltivare la vocazione comunionale del laico. Mai come oggi, il laico deve partecipare al carattere corale della testimonianza, parlare i molti “linguaggi” della testimonianza”. E, infine, è urgente riattivare il genio cristiano del laico in Italia. Potremmo dire che il genio cristiano del laico si esprime nell’opera di uomini e donne che sono uno spazio personale e associato di discernimento vivo del Vangelo, dove avviene quel “meraviglioso scambio” tra le esperienze della vita e le esigenze del Vangelo.
Ecco tracciato un progetto, un piano di lavoro, un sentiero da percorrere.
E via via cercheremo di trovare la pista giusta per realizzarlo.
La conclusione.
Non poteva essere che questa: rivitalizzare le parrocchie.
Il documento dei vescovi italiani “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, può fare da filo conduttore per le cose da fare e da riformare in questa direzione.
Ma anche da Verona sono giunte precise sottolineature in tal senso.
Ne parla chiaramente il teologo Brambilla quando tocca il tema della “popolarità del cristianesimo” in Italia
“La scelta prioritaria della missionarietà della parrocchia, con l’accento posto sul primo annuncio, l’inizia­zione cristiana e la domenica, va collocata dentro l’orizzonte di grande respiro per dare un volto evangelizzatore alla testimonianza ecclesiale. Per fare questo, la Chiesa italiana di questi anni ha deciso di privilegiare e coltivare in modo nuovo e creativo la caratteristica “popolare” del cattolicesimo italiano. Potremmo dire che tutto questo si riassume in un’unica indicazione: la Chiesa si sta prendendo cura della coscienza delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo.
Occorre che questi gesti delle comunità cristiane favoriscano una cura amorevole della qualità della testimonianza cristiana, del valore della radice battesimale, dei modi con cui gli uomini e le donne, le famiglie, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e gli anziani danno futuro alla vita e costruiscono storie di fraternità evangelica. “Popolarità” del cristianesimo non significa la scelta di basso profilo di un “cristianesimo minimo”, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone, di illuminare le diverse stagioni dell’esistenza, di essere significativa negli ambienti del lavoro e del tempo libero, di plasmare le forme culturali della coscienza civile e degli orientamenti ideali del paese”.
E che cosa abbiano di più “popolare” nella nostra Chiesa della parrocchia, esperienza ecclesiale aperta a tutti, senza proscrizione per nessuno?
Abbiamo dunque una pista da percorrere: la rivitalizzazione, in senso missionario, delle nostre parrocchie.
Credo proprio che, pur con le dovute inevitabili integrazioni, la Parrocchia resti per noi, nel nostro territorio il terminale di Chiesa più vicino alla gente, più capace di interpretazione . Proprio puntando sulle Parrocchia come azione portante del rinnovamento pastorale nasce la proposta di una “pastorale integrata” a cui ha fatto ancora preciso riferimento il Card. Ruini.
Essa non si riferisce solo all’urgenza di mettere in rete le varie parrocchie, non più autosufficienti, realizzando nuove “unità pastorali”.
“Punta a mettere in rete- afferma il Card. Ruini- tutte le molteplici risorse umane, spirituali, pastorali, culturali, professionali non solo delle parrocchie, ma di ciascuna realtà ecclesiale e persona credente, al fine della testimonianza e della comunicazione della fede in questa Italia che sta cambiando sotto i nostri occhi”.
Bisognerà approfondire queste prospettive per rendere le nostre parrocchie sempre più capaci di un modello pastorale esigito dai tempi e che trova nella espressione “pastorale integrata” una formula capace di quella “conversione pastorale” di cui bene parlava il documento dei vescovi italiani per il decennio in corso: “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.
La lettera è diventata un po’ lunga.
Ma i punti essenziali possono ben essere enunciati in forte sintesi.
Ciò che più di tutto conta è l’impegno di tutti noi per trovare le forme più adatte perché il contenuto essenziale di queste linee pastorali giunga il più possibile a tutti: almeno a coloro che hanno qualche interesse pastorale o culturale a questi problemi.
Con grande fraternità e amicizia saluto tutti, sacerdoti e fedeli, lieto se anche questo mio impegno potrà servire alle celebrazioni del IX Centenario del nostro Duomo, letto alla luce del tema che ci siamo proposti:”Una Chiesa in mezzo alla città”
E, al di là del simbolo, è questa la Chiesa che vogliamo essere, segno di speranza nel cuore della nostra gente.
Vi benedico tutti.

+ Germano
Vescovo


Casale, Epifania 2007


LA NOSTRA CHIESA IN MEZZO ALLA CITTÀ

Carissimi fratelli e amici,
si è aperto per me il decimo anno di presenza pastorale fra voi.
E vedo con profonda commozione che ci stiamo collocando davanti ad un Triennio davvero singolare.
Il 4 gennaio 2007 saranno Novecento anni (nove secoli) dalla consacrazione del nostro Duomo, già allora dedicato al Patrono Sant’Evasio.
Fu il Papa Pasquale II che onorò i nostri padri con la sua presenza: fatto di altissimo significato storico, artistico, civile ed ecclesiale.
Un piccolo Borgo, come doveva essere allora la nostra città di Casale si era dotato, orgogliosamente, di un grandioso tempio dedicato al suo Santo Patrono. E nientemeno che il Papa venne a consacrarlo.
Un avvenimento così importante e decisivo per la nostra storia dovrà essere da noi ripensato e rivissuto con giusto orgoglio civile e religioso.
Non sono molte le Cattedrali d’Europa che possono vantare nove secoli di ininterrotta presenza nella città e nel territorio.
Dobbiamo giustamente andare fieri del nostro Duomo, della sua antichità e della sua straordinaria forma artistica di cui il possente Nartece è come il simbolo pietrificato.
Perciò non vi sembri strano che il vostro vescovo desideri preparare con voi il Nono Centenario del Duomo con un Triduo di anni preparatori.
Per sottolineare certo il fatto storico in sé, ma anche per approfondirne il significato e rilevarne la forza profetica per il futuro.
Ecco il senso di questa Lettera che indirizzo a tutti i casalesi della città e della Diocesi, come primo messaggio e annuncio del grande avvenimento e come traccia di impegno per il Triennio 2004-2007..
Il fatto
L’avvenimento a cui ci prepariamo è di per sé un fatto storico.
Nove secoli di storia sono seguiti da quella data, 4 gennaio 1107.
E anche questi nove secoli sono un fatto.
Un fatto incancellabile che è la storia della nostra Chiesa mescolata alla storia della nostra città e del nostro territorio.
Il fatto dunque è questo: la chiesa casalese è oggi erede di una storia che l’ha vista protagonista in questi nove secoli da quando il suo Duomo, dedicato al Santo patrono, è sorto come un fiore nel cuore della città.
E ne ha costituito il centro, non solo ideale, ma anche concreto e palpabile in una struttura urbanistica ancora oggi leggibile: si può infatti affermare che la città è nata, si è sviluppata e cresciuta e si è strutturata attorno a questo perno centrale che è il suo Duomo, segno non equivoco di una presenza dinamica e coinvolgente.
Questo, mi pare, essere il fatto a cui il Nono centenario nel 2007, fra tre anni, ci richiamerà in modo non equivoco.
Un fatto che, se è iscritto nell’urbanistica della città, lo è altrettanto nella sua storia.
Basterà ricordare le vicende medievali che culminarono nel 1215 con l’assedio e l’incendio della città e l’insulto al Duomo con la forzata traslazione delle reliquie del Santo.
E basterà riprendere quanto s’è detto nel recente “Anno Evasiano” circa il significato del ritorno glorioso in città delle Reliquie nel 1403.
E poi via, via, mentre la città si trasformava in capitale del Marchesato e sorgevano nuove chiese, anche grandiose come il nostro San Domenico, la nostra terra diventava Diocesi (1474), trasformando il vecchio Duomo in Cattedrale.
Il crescere della potenza civile e militare e il fiorire di splendidi palazzi signorili e marchionali nel concentrico cittadino, non hanno fatto altro che potenziare la centralità del Duomo a cui la comunità casalese volle nel ‘700 aggiungere lo splendido e scenografico capolavoro che è la Cappella di Sant’Evasio, ribadito come patrono non solo della Chiesa, ma di tutta la città.
Vennero ancora i due grandi restauri strutturali: quello del 1860 e quello del 2000, ambedue recepiti nella storia cittadina come segnali di una profonda adesione alle vicende del Duomo come ad una casa di famiglia a cui tutti i casalesi sentono di appartenere.
Il fatto dunque è questo e non dovremo mancare di interpretarlo in questo Triennio che ci separa dall’avvenimento del Nono Centenario.
Il Significato
Occorre, infatti, non limitarsi alla constatazione del fatto: occorre approfondirne il significato.
Ed è quello che faremo seguendo il titolo di questa mia lettera pastorale introduttiva del Triennio.
Abbiamo scelto infatti questo titolo allusivo: “La nostra Chiesa in mezzo alla città”.
È questa la linea interpretativa dell’avvenimento che ci accingiamo a celebrare.
Le due parole “chiesa” e città” sono qui usate in un doppio significato che merita di essere reso evidente.
Quando, di fronte al centenario del Duomo, parliamo della “nostra chiesa” istintivamente e immediatamente ci riferiamo proprio a questa chiesa d’antiche e gloriose pietre, che sta nel cuore urbanistico della città.
Ma ognuno intende che l’espressione ha pure un significato traslato che va oltre le belle pietre del Duomo . “La nostra Chiesa” è in effetti quella comunità di credenti, uomini e donne che, con il vescovo successore degli apostoli, costituiscono le “pietre vive” di una realtà vivente e palpitante, non solo nella sua dimensione passata, ma nella sua presenza di attualità “nel mondo che cambia”.
La “nostra chiesa” siamo dunque tutti noi cristiani casalesi che, come il nostro Duomo, viviamo nel cuore della città.
E allora ecco anche il significato traslato di “città”.
Essa, indubbiamente, parte dalla considerazione di questa città, nata e cresciuta attorno al suo Duomo.
Ma nella letteratura corrente “città” significa ogni territorio dove uomini, donne, famiglie, istituzioni, vivono, esprimendo un tessuto civico e politico.
Così, quando diciamo che la nostra chiesa vive “nel cuore della città”, intendiamo dare a questa espressione una significazione traslata.
La nostra Chiesa vive nel cuore della gente casalese e monferrina, vive accanto alle sue famiglie, nel cuore delle sue istituzioni, dentro il flusso della vita quotidiana, feriale e festiva, del lavoro, del progresso, della cultura, della civiltà di questa terra.
Non siamo estranei o forestieri, siamo concittadini.
Come si esprimeva, fin dai primi decenni cristiani, un anonimo autore nella “Lettera a Diogneto”: I cristiani non abitano in città proprie né parlano un linguaggio inusitato; la vita che conducono non ha nulla di strano. Abitando nelle città greche e barbare, come a ciascuno è toccato, uniformandosi alle usanze locali per quanto concerne l’abbigliamento, il vitto e il resto della vita quotidiana, mostrano il carattere mirabile e straordinario, a detta di tutti, del loro sistema di vita. Abitano nella propria patria, ma come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e tutto sopportano come forestieri, ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti, generano figli, ma non espongono i neonati. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite , e con la loro vita superano le leggi Insomma, per dirla in breve, i cristiani svolgono la stessa funzione dell’anima nel corpo.
Questo dunque vogliamo che sia il significato del nostro nuovo centenario: una riproposizione della autenticità di una presenza della “nostra chiesa” nel cuore della gente, nel vivo della “città dell’uomo”. Certo nella città di Casale,anzitutto e sensibilmente, ma ben oltre: nelle piccole e grandi comunità disseminate dalla pianura irrigua lungo il Po, alle colline di un Monferrato che è la nostra patria.
La profezia
E seguendo questa interpretazione del fatto nasce anche l’urgenza della profezia.
Occorre, ancorati al passato, guardare al futuro.
Il futuro della nostra Chiesa, nel cuore della città, che cosa vorrà significare?
Su quali traguardi ci vorrà vedere? Con quali strategie ci vorrà impegnare?
Ecco, così intendo l’appello alla profezia.
“Nel mondo che cambia” e “all’inizio di un nuovo millennio” la nostra chiesa deve interrogarsi sul suo ruolo profetico.
Non possiamo adagiarci solo sugli allori della storia. Dobbiamo impegnarci per i futuro della nostra gente, per il domani dei nostri giovani e delle nostre famiglie, per le prospettive di progresso a cui i tempi ci sollecitano, perché questo territorio continua ad essere una patria comune.
Impegnarci, dunque. Questa è la parola profetica.
Non possiamo chiamarci fuori, perché di questa terra, di questa città dell’uomo, siamo concittadini e dunque corresponsabili.
Certo, con la nostra specificità religiosa, con il nostro carisma cristiano, con la nostra originalità ecclesiale.
Ma impegnarci, sì. Senza equivoci di neo-temporalismo, ma anche senza facili e magari appaganti e sdegnosi disimpegni.
La nostra terra e la nostra città, cioè la città dell’uomo cresciuta attorno e dentro la Chiesa, ha ancora bisogno di noi e della nostra profezia.
Ne ha bisogno perché, parliamoci chiaro, il tema della difesa della vita in ogni momento del suo svilupparsi dal concepimento alla morte, non trova facilmente promotori fuori dalla severa e ferma dottrina della Chiesa.
E così i temi della pace, della socialità, dell’educazione di nuove generazioni, della solidarietà, della cultura non omologata, ma liberante, sono temi che ci interpellano e sui quali dobbiamo sentire la responsabilità di un servizio disinteressato all’uomo e al suo destino.
Il Simbolo
C’è un simbolo che può ben definire questo complesso, ma affascinante rapporto fra la chiesa e la città: è proprio il nostro grandioso e storico Nartece.
Il Card. Martini, regalandoci quella sua profonda riflessione sull’ “Atrio Ritrovato” nell’occasione della presentazione dei restauri del nostro Nartece, scriveva, tra le altre belle connotazioni, questa pagina che vi ripropongo a conclusione di questa lettera.

“Il Nartece esprime un momento della vita ecclesiale, cioè il dialogo continuo della Chiesa con la società. È un dialogo nel quale la Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II fa sue le gioie e le speranze, le sofferenze e le tristezze della gente. Si pone in ascolto, recepisce le istanze, si sforza di confonderle.
Il Nartece significa anche le risposte di fede e gli orizzonti speranza che la Chiesa elabora per la società, immettendo in essa quei valori spirituali e morali di cui ha bisogno per orientarsi nel vivere quotidiano”. (Martini, l’Atrio Ritrovato- Ed. Interlinea- pg 17).
Verso il nono Centenario del Duomo, cammineremo così, a partire dall’”Atrio Ritrovato” per essere nella società di oggi e di domani la profezia di verità, di pace, di speranza.

+ Germano, Vescovo

Festa di Sant’Evasio 2004
per il Triennio Pastorale 2004-2007


ECCE MATER TUA

Sono parole latine, ma molto facili da capire da parte di tutti. Specialmente se siamo capaci di ricordare il racconto evangelico da cui sono tratte.
È la pagina suprema del Vangelo di Giovanni: eccola.
Stavano presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre «Donna, ecco tuo figlio» poi disse al discepolo «Ecco tua madre». E da quell’ora il discepolo la prese con sé. (Gv. 19, 25-27).
Quella parola di Gesù, prima alla madre (“ Mulier, ecce filius tuus!”) e poi al discepolo (“Ecce Mater Tua!”) è, si può ben dire, il testamento di Gesù prima che, reclinato il capo, ci donasse lo Spirito (Cfr. Gv, 19,30).
È a quel supremo gesto d’amore, reso assoluto e incontrovertibile dal dono totale di sé, appunto, compiuto per amore, che ha voluto far riferimento il Papa nel suo coraggioso ultimo messaggio ai giovani, in occasione della “Giornata Mondiale della Gioventù” 2003, appena trascorsa.
C’è in giro una specie di strano pudore quando si parla ai giovani. Sembra che parlare di Maria, la Madre, sia piuttosto argomento per adulti, o, forse addirittura, per devote vecchiette.
No. Il Papa non ha paura di parlare ai giovani con coraggio e linguaggio diretto.
Dice loro: Per la XVIII Giornata Mondiale della Gioventù che celebrerete nelle diverse diocesi del mondo, ho scelto un tema in relazione con l'Anno del Rosario: "Ecco la tua madre!" (Gv 19,27). Prima di morire, Gesù offre all'apostolo Giovanni quanto ha di più prezioso: sua Madre, Maria. Sono le ultime parole del Redentore, che assumono perciò un carattere solenne e costituiscono come il suo testamento spirituale. Il Vangelo dice poi che «da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,27). Questa espressione, tanto commentata fin dalle origini della Chiesa, non designa soltanto il luogo in cui abitava Giovanni. Più che l'aspetto materiale, essa evoca la dimensione spirituale di tale accoglienza, del nuovo legame che si instaura fra Maria e Giovanni. Voi, cari giovani, avete più o meno la stessa età di Giovanni e lo stesso desiderio di stare con Gesù. Oggi è a voi che Cristo chiede espressamente di prendere Maria "nella vostra casa", di accoglierla "tra i vostri beni" per imparare da Lei, che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19), la disposizione interiore all'ascolto e l'atteggiamento di umiltà e di generosità che la contraddistinsero come prima collaboratrice di Dio nell'opera della salvezza. E' Lei che, svolgendo il suo ministero materno, vi educa e vi modella fino a che Cristo non sia formato in voi pienamente (cfr
Rosarium Virginis Mariae, 15).
(Testo tratto dal messaggio di Giovanni Paolo II alla G.M.G 2003 )
E per non lasciare equivoci, aggiunge perfino: “Consegno oggi, idealmente anche a voi, cari giovani, la corona del Rosario”. (ivi n.5).
Ho preso anch’io coraggio: l’esempio del Papa è trascinante.
Ho preso coraggio e ho titolato questa lettera pastorale con le parole latine che alludono al grande testamento di Gesù “Ecce Mater Tua”.
Perché?
Qualcuno potrà domandarsi: perché?
Quale rapporto può avere con il nostro itinerario pastorale questo riferimento mariano?
E perché proprio ora?
Curiosità legittima a cui non mi voglio sottrarre.
Ora, perché stiamo concludendo l’Anno Evasiano che ci ha occupati in questo 2003, sesto centenario del ritorno in cattedrale del nostro Patrono, Evasio.
Mentre il Papa indiceva l’Anno del Rosario, noi eravamo occupati, per così dire, con l’Anno Evasiano.
Ma l’invito del Papa non l’abbiamo trascurato.
Dal 13 maggio al 13 ottobre di quest’anno vi ho invitato a solennizzare con il Rosario le date dell’apparizione di Maria ai pastorelli di Fatima, ai quali fu rivelato questo nome: “Madonna del Rosario”.
Così ci siamo prepararti a distanza, perché concludendo l’Anno Evasiano con le solenni celebrazioni del novembre 2003, fossimo pronti a vivere intensamente il nuovo Anno Liturgico (Avvento 2003- Pentecoste 2004) in un contesto attento al Rosario di Maria e in un atteggiamento mariano capace di ispirare tutto il nostro programma pastorale.
Ecco il perché di questa scelta, non solo e non tanto del titolo (Ecce Mater Tua), ma di un progetto che, assumendo pienamente le sollecitazioni del Santo Padre, si traducesse nei nostri impegni di attività pastorale.
La consegna che il Papa ha fatto ai giovani nella scorsa primavera diventa per loro, ma anche per noi tutti un impegno programmatico: accogliere, come Giovanni, Maria, la Madre, nella “nostra casa”.
Il “Semestre Mariano”
Così, vedrete nella linee programmatiche che colloco come parte pratica ed operativa nella seconda parte della Lettera Pastorale, come potremo illuminare la nostra vita di parrocchia, di gruppo, di associazione, con la dolce, materna, memoria di Maria.
Alla quale, per altro, la nostra Chiesa diocesana è particolarmente devota. Fin dai tempi antichissimi.
È suggestiva la tradizione che vuole addirittura il Santo vescovo Eusebio all’inizio della devozione mariana nel Monferrato, grazie all’Icona antica collocata sul Monte di Crea: quel monte su cui nel Medioevo, certamente, si venerava Maria e che sarebbe divenuto nei secoli il “Sacro Monte” dei misteri mariani, meta dell’ininterrotto pellegrinaggio dei nostri padri e delle nostre madri, Rosario alle mani e tante speranze nei cuori.
Ma c’è anche di più.
Nel 1616 (e il fatto straordinario è attestato storicamente con l’approvazione del Vescovo di Pavia) un fragile soldato spagnolo viene tratto dal pozzo in cui è stato gettato da un’anonima violenza nemica, proprio per un miracoloso intervento di Maria, che noi continuiamo a chiamare “la Madonna del Pozzo”, coscienti come siamo che quella mano celestiale è pur sempre pronta a sollevare tribolati e sconfitti, traendoli dai pozzi delle loro disperazioni.
Con gli anni, tra questi due Santuari, la nostra terra benedetta ha visto crescere tanti segni di devozione a Maria: le grandi e belle chiese parrocchiali dedicate tanto spesso all’Assunta, le splendide “Madonne” del Moncalvo o del Guala; i piccoli e suggestivi santuarietti sparsi come perle sulle nostre colline.
Ma soprattutto questa nostra terra è stata benedetta da Maria con il miracolo Ganora, avvenuto a Lourdes nel 1950 e di cui ogni anno- il 2 giugno- non manchiamo di celebrare, in molti, la memoria, salendo alla Grotta che sovrasta la città e sembra tornare a benedirla.
Siamo una comunità cristiana che deve molto a Maria.
Ci è facile perciò ripetere a tutti: “Ecce Mater Tua” come faceva, con la passione editoriale che lo caratterizzava, quell’originale e geniale “Prete della Missione” che per anni fu apostolo mariano fra noi: Padre Avidano.
A lui si deve che Casale fosse in quegli anni una vera “capitale mariana”.
Ed è proprio per ricordare il periodico che egli diffondeva con appassionato zelo, che ho voluto riprendere, letteralmente, questo titolo, anche se in latino “Ecce Mater Tua”.
Voglio parlarvi di Maria
Per tutte queste belle ragioni voglio soffermarmi in questa lettera Pastorale a parlarvi di Maria.
Non ce ne sarebbe proprio bisogno, visto che di Maria parla, con infinito amore e competenza, un doppio millennio di letteratura, e non solo strettamente religiosa e cristiana.
Ma vi voglio parlare ugualmente, per un bisogno dell’anima e soprattutto per dare motivazioni fondate al nostro programma pastorale che va dall’ Avvento 2003 alla Pentecoste 2004.
E ve ne voglio parlare sulla falsariga di questa intenzione che abbiamo avviato nel Convegno Diocesano di questo settembre e che costituisce la base del nostro programma pastorale: rileggere l’intero Anno Liturgico alla luce dei Misteri del Rosario, i misteri della vita di Gesù e di Maria.
E benché la cosa possa sembrare a prima vista niente di particolarmente significativo, anzi di un po’ ovvio, io credo che ne possa invece nascere una riflessione utile per la nostra devozione mariana, ma anche per la nostra corretta vita liturgica.
Infatti sono grandi i quattro temi dei Misteri del Rosario, la vita, la luce, il dolore, la speranza.
Sono grandi temi che attingono alle grandi profondità dell’animo umano.
Giustamente dice il Papa: “La semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana”.È un’espressione densa di significati attuali. Giovanni Paolo II l’aveva pronunciata nel 1978, durante l’Angelus del 29 ottobre, in un contesto autobiografico assai suggestivo che egli ha rievocato nella recente lettera apostolica “Rosarium Mariae Virginis” (cfr n.2).
L’implicazione antropologica
Ed in verità questa bella intuizione si conferma con l’osservazione, ovvia per tutti noi credenti, che c’è, dentro i misteri di Cristo e di Maria, rivissuti nel Rosario e celebrati nell’Anno Liturgico, c’è una profonda “Implicazione antropologica” come la chiama il Papa.
Un’implicazione più radicale di quanto non appaia a prima vista. Chi si pone in contemplazione di Cristo ripercorrendo le tappe della sua vita, non può non cogliere in Lui anche la verità sull'uomo. È la grande affermazione del Concilio Vaticano II, che fin dalla Lettera enciclica
Redemptor hominis ho fatto tante volte oggetto del mio magistero: « In realtà, il mistero dell'uomo si illumina veramente soltanto nel mistero del Verbo incarnato ». Il Rosario aiuta ad aprirsi a questa luce. Seguendo il cammino di Cristo, nel quale il cammino dell'uomo è « ricapitolato», svelato e redento, il credente si pone davanti all'immagine dell'uomo vero. Contemplando la sua nascita impara la sacralità della vita, guardando alla casa di Nazareth apprende la verità originaria sulla famiglia secondo il disegno di Dio, ascoltando il Maestro nei misteri della vita pubblica attinge la luce per entrare nel Regno di Dio e, seguendolo sulla via del Calvario, impara il senso del dolore salvifico. Infine, contemplando Cristo e sua Madre nella gloria, vede il traguardo a cui ciascuno di noi è chiamato, se si lascia sanare e trasfigurare dallo Spirito Santo. Si può dire così che ciascun mistero del Rosario, ben meditato, getta luce sul mistero dell'uomo.
Al tempo stesso, diventa naturale portare a questo incontro con la santa umanità del Redentore i tanti problemi, assilli, fatiche e progetti che segnano la nostra vita. « Getta sul Signore il tuo affanno, ed egli ti darà sostegno » (Sal 55, 23). Meditare col Rosario significa consegnare i nostri affanni ai cuori misericordiosi di Cristo e della Madre sua. A distanza di venticinque anni, ripensando alle prove che non sono mancate nemmeno nell'esercizio del ministero petrino, mi sento di ribadire, quasi come un caldo invito rivolto a tutti perché ne facciano personale esperienza: sì, davvero il Rosario « batte il ritmo della vita umana », per armonizzarla col ritmo della vita divina, nella gioiosa comunione della Santa Trinità, destino e anelito della nostra esistenza.
(Rosarium Mariae Virginis n. 25).
Ho scelto questa lunga pagina per ispirare la mia riflessione mariana in questa lettera.
Vi dicevo, infatti, che quattro sono i grandi temi del Rosario: la vita, la luce, il dolore e la speranza.
E sono temi che attingono alla condizione umana, proprio grazie a quella “implicazione antropologica” così luminosamente espressa dalla citazione del Papa.
Maria, Madre della vita
Se è vero che i primi cinque misteri (che coincidono con il tempo dell’Avvento e di Natale) sono detti“gaudiosi”, è anche verissimo che essi ispirano tutto il tema della vita.
Proprio perché essi ruotano tutti attorno al mistero dell’Incarnazione, bisogna dire che hanno come centro dinamico il “vangelo della vita”.
Bisogna rifarsi a questa grande enciclica di Giovanni Paolo II “Evangelium vitae”.
Là è come concentrata, ma anche mirabilmente sviluppata, la teologia della vita, imperniata proprio intorno al Mistero del Verbo Incarnato.
Quei nove mesi benedetti tra la festa dell’Incarnazione (25 marzo) e la festa del Natale (25 dicembre) sono, ogni anno, la proclamazione liturgica del “Vangelo della vita”.
Come potremo vivere quest’anno mariano senza fare riferimento costante, prima in Avvento e Natale e poi nella festa del 25 marzo, a questo grande, immenso tema della vita?
Viviamo in tempi difficili a proposito del rispetto (almeno quello!) della vita umana.
Uomini e donne sono falciati via dai più disparati gesti di violenza: guerre e guerriglie, terrorismi d’ogni colore e ideologia, sopraffazioni ed esplosioni di irrazionalità e di forza bruta.
E mentre l’opinione pubblica è mobilitata attorno a qualche cane randagio abbandonato da proprietari incoscienti, quasi più nessuno si accorge che ogni giorno nel mondo (e in Italia ….e a Casale) milioni di esseri umani vengono trucidati nel grembo delle loro madri.
A questa piaga dell’aborto non possiamo rassegnarci, se vogliamo essere onesti quando ci battiamo contro ogni guerra e violenza.
Il tema della vita, grazie alla Vita che è cresciuta ogni giorno nel grembo virginale di Maria, provoca ogni giorno la nostra coscienza: ci provoca a non assuefarci alla mentalità indifferente del tempo; ci provoca a non accettare passivamente questa nuova e drammatica “strage degli innocenti” che, non a caso, accompagnò la nascita del Signore della vita.
E Maria era là a piangere con tutte le madri.
E Maria è qui, Madre della vita, a insegnarci il perenne “vangelo della vita”.
Maria, “ creatura di luce”
Con grande intuizione culturale e pastorale, il Papa ha inserito tra i “gaudiosi” e i “dolorosi” i nuovi “misteri della luce”.
E provvidenzialmente.
Perché di luce (“Veritatis Splendor”) ha immensamente bisogno l’uomo di oggi, come l’uomo di ogni tempo.
Camminare nella storia senza la luce e lo splendore della verità è come camminare nelle tenebre, a rischio di ogni devianza e di ogni infortunio.
Al centro dei “misteri della luce”, c’è Gesù che, annunciando - con parole e segni- il Regno di Dio si è presentato come “luce del mondo” ed ha chiesto ai suoi discepoli e alla sua chiesa di essere “fiamma sul lucerniere”.
Davvero il Vangelo pronunciato da Gesù, a cominciare dalle “Beatitudini” con cui si apre l’annuncio del Regno, resta un fascio di luce gettato sui sentieri della storia.
E Maria è figlia della luce, salutata com’è da secoli come la “stella del mattino”.
Ripensando in gennaio alle Epifanie di Cristo (sono tre, come la liturgia sempre ricorda) noi rievochiamo la luminosa stella che guidava i Magi.
Nella sua luce camminano le genti, ancora oggi.
Manifestazione di Cristo che nel Battesimo del Giordano e nelle Nozze di Cana rivela in piena luce l’Inviato del Padre, il cui volto rifulge sul Tabor e si nasconde nell’umiltà del Pane Eucaristico.
Questo tema della luce è pure, squisitamente mariano.
Perfino nelle grandi apparizioni della storia cristiana, Maria si presenta sempre come una “creatura di luce”: a Lourdes come a Fatima, dove, per altro, il grande segno apocalittico del sole ha rivelato al “secolo breve”, in anticipo, i suoi drammi e i suoi esiti.
Maria, “Creatura di luce” ci guidi dunque, come la stella dei Magi, alla ricerca della verità della cui luce abbiamo bisogno più che della luce del sole.
E proprio perché siamo in un tempo di crisi quanto allo “splendore della verità”, siamo ancora tormentati dallo scettico interrogativo di Pilato: “quid est veritas?”.
Ma in questo clima scettico di nichilismo, rimane ferma una stella polare: Maria, “stella della nuova evangelizzazione”.
Sì, di fatto, senza verità, come senza luce, né si vive, né si cammina.
E Cristo, luce del mondo, è ancora offerto a noi, come allora ai Magi cercatori di verità, da Maria.
Maria, donna dei dolori
Inutile negarlo: il grande enigma dell’uomo di ogni tempo resta il dolore, specialmente il dolore innocente.
Oggi, come sempre.
E i “misteri dolorosi” di Cristo e di Maria gettano luce anche su questo abisso.
Non con facili semplificazioni, né per scorciatoie fideistiche; ma attraverso il dolore vissuto e portato in prima persona da Cristo, l’innocente e da Maria, sua madre
“Stabat Mater dolorosa,
iuxta crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius”
È l’inizio folgorante di quella antica sequenza medievale a cui grandi artisti – da Pergolesi a Rossini, dal semplice Gregoriano a Kodaly- hanno offerto l’abito musicale ricco di poesia e avvolgente nell’emozione artistica.
“Stava la Madre in pianto”: quell’icona dell’Addolorata che tanti cuori ha confortato nei sentieri della storia cristiana, resta una “proposta” per il difficile enigma del dolore.
Dai venerdì di Quaresima, quando la “Via Crucis”, con la sua semplice intuizione ritorna regina di pietà popolare, ai grandi riti della Settimana santa, la vita liturgica della Chiesa Cattolica attinge i vertici di una considerazione del dolore che va ben oltre i facili e ingenui ottimismi: affronta infatti di petto la questione del dolore innocente e, pur senza strafare ideologico, suggerisce nell’umile ascolto della fede, qualche sentiero per il percorso dell’uomo.
Senza fede, infatti, più duro è il percorso nel tunnel della sofferenza, della malattia e della morte, realtà per altro intimamente connesse con la nostra realtà creaturale.
La Vergine dolente, “donna dei dolori”, segna un percorso profondamente vero e umano: senza di lei, il cammino sarebbe più aspro.
Propongo di andare tutti a rileggere, insieme con la sequenza dello “Stabat Mater” (magari riascoltandola in un’edizione musicale di alto livello), anche la bellissima poesia attribuita a Jacopone da Todi: “Donna del Paradiso”.
Forse l’arte e la poesia più che i ragionamenti, saprebbero suscitarci nel cuore il senso del mistero: anche del mistero del dolore, illuminato da un amore di madre.

Maria “Speranza nostra”
Il quarto gruppo di misteri che da sempre si chiamano “gloriosi” sono i misteri della speranza cristiana.
E Dio sa quanto bisogno di speranza si coltiva nel cuore dell’uomo: quanta attesa di speranza per l’uomo contemporaneo.
“Surrexit Christus, spes mea” canta la più bella sequenza cristiana: quella della Pasqua.
E l’ascensione al cielo di Cristo, come l’assunzione di Maria, sono segni di una speranza che va oltre le barriere della carne, della ragione e dell’immaginazione.
Da quel cielo ove Cristo è asceso e Maria è stata assunta, attendiamo con speranza la venuta gloriosa del Signore a concludere la storia nel segno trionfale della Croce.
Ma di là, per il nostro provvisorio camminare terreno, già ci è stato donato lo Spirito.
E lo Spirito e la Sposa dicono (anzi gridano) : Vieni Signore Gesù (Apoc.22,20).
La speranza cristiana è come ipostatizzata in Maria Lei, che “ha creduto alla Parola”: infatti nell’antica e nobile preghiera della Salve Regina, essa è salutata come “speranza nostra” “Spes nostra salve!”.
E giustamente Dante pone sulle labbra di San Bernardo (autore probabile della “Salve Regina” quanto meno attraverso l’influsso dei suoi monaci) la bellissima immortale preghiera:
“Vergine Madre….
e giuso intra i mortali
se’ di speranza fontana vivace”.
In un mondo spesso votato alla disperazione, il nome di Maria risuona come il nome nuovo della speranza di cui nessuno può fare a meno.
Il ”ritmo della vita umana”
È dunque vero e forte il messaggio del Papa da cui abbiamo preso le mosse: “La semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana”.
I grandi temi della vita, della luce, del dolore e della speranza, si ritrovano intatti e nel “ritmo della vita umana” e nello scorrere dei misteri del Rosario.
È l’Anno Liturgico, con il suo rincorrere il tempo sull’asse della storia, che ci offre ogni anno questo percorso della vita e della luce, del dolore e della speranza. Con Maria, con i suoi occhi vigili e il suo cuore materno.
Per questo vogliamo vivere “un anno con Maria”.
Preferisco quest’espressione a quella più consueta di “Anno Mariano”: sì, perché così mettiamo in evidenza che l’Anno Liturgico a cui, dall’Avvento 2003 alla Pentecoste 2004 ci accingiamo, può essere vissuto con gli occhi e con il cuore di Maria.
Essa, come ci informa Luca, ribadendo nel suo vangelo questa espressione, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. (Lc 2,19).
Come lei, potremo fare anche noi, seguendo il suo esempio.
Essa, infatti, come dice il Papa, è l’ “Icona della contemplazione cristiana”.
È tutto il capitolo 1 della già citata “Lettera Apostolica” sul Rosario che potrebbe servirci come pista di riflessione.
Proponendoci Maria come modello, il Papa parla dei suoi “ricordi” e del suo “sguardo” per “ricordarci”, “imparare”, “conformarci a Cristo”, “supplicarlo” e “annunciarlo”, insomma “contemplare Cristo con Maria”. Attraverso il Rosario e l’Anno Liturgico, cercheremo anche noi, nel nostro programma pastorale (di cui allego i dati essenziali) di compiere questo cammino spirituale: un cammino di popolo, con Maria, la Madre.
“Ecce Mater Tua!”.

+ Germano, Vescovo

Casale, 13 ottobre 2003
nel ricordo del messaggio di Fatima


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LA NOSTRA CHIESA È LA CHIESA DEI SANTI

Una volta di più mi affascina l’intuizione dello scrittore francese Georges Bernanos quando, concludendo la sua prorompente requisitoria sul processo e il martirio di Santa Giovanna d’Arco, in una specie di ritornello va esclamando, ad ogni capoverso: “Ma la nostra Chiesa è la Chiesa dei santi”.
Ve ne cito una pagina, quasi come esergo di questa Lettera Pastorale che ho voluto intitolare così, rubando al grande scrittore le sue parole:
L’ora dei santi giunge sempre. La nostra Chiesa è la Chiesa dei santi.
Coloro che vi si avvicinano con diffidenza credono di intravedervi solo delle porte chiuse, delle barriere e degli sportelli, una specie di gendarmeria spirituale.
Ma la nostra Chiesa è la Chiesa dei santi.
Per essere un santo, quale vescovo non darebbe il proprio anello, quale cardinale non cederebbe la propria porpora, quale pontefice il proprio vestito bianco, i propri camerieri, le proprie guardie, il proprio potere temporale? Chi non vorrebbe avere la forza di correre questa incredibile avventura? Infatti la santità è un’avventura ed è anche la sola avventura possibile. Chi ha compreso questo, anche per una sola volta, è entrato nel cuore della fede cattolica.
Tra questi due punti focali voglio collocare questa riflessione pastorale: la consolante certezza di far parte (e noi ce ne gloriamo) di questa Chiesa dei Santi e l’impegnativa urgenza di “avere la forza di correre questa incredibile avventura”.
Nella Chiesa dei santi ognuno è chiamato all’avventura della santità.
Come nasce l’idea
Viene da due fonti questa proposta pastorale.
Dall’appello del Papa, anzitutto.
Tracciando infatti le piste privilegiate per la Chiesa che si affaccia al Terzo Millennio (“Novo Millennio Ineunte”), Giovanni Paolo II afferma in modo perentorio: “In primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità”. (N.M.I. n.30)
E continua, incalzando, “È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria (N.M.I n.31).
D’altra parte nella nostra Chiesa diocesana ci accingiamo a celebrare quello che abbiamo chiamato l’Anno Evasiano, con cui vogliamo ricordare un avvenimento che segna tutta la nostra storia. Nel 1403, infatti, venivano solennemente ricollocate nella nostra Cattedrale (ormai ricostruita dopo l’incendio del 1215) le Sante Reliquie del Vescovo e Martire Evasio, patrono di Casale “ab immemorabili”, fin dai tempi di Liutprando (sec VIII).
A sei secoli di distanza da quel memorabile avvenimento, ci raccogliamo attorno all’Urna del Santo Patrono della città e della Diocesi e in un anno intero siamo quasi costretti, per coerenza, a sentirci “la Chiesa dei santi”, chiamati anche noi alla santità.
Chiesa dei santi
L’espressione è pregnante.
Essa ha un primo evidente significato che è quello del calendario liturgico e del Martirologio.
Il calendario liturgico ci propone di giorno in giorno alcune memorie, feste e solennità in cui siamo invitati a ricordare i grandi santi della nostra storia cristiana: dai santi apostoli ai grandi martiri, dai confessori della fede alle sante vergini, dai dottori della Chiesa ai santi missionari.
Alcuni di questi santi sono diventati anche i Patroni delle nostre Parrocchie, insieme con la “Tuttasanta”, la Vergine Maria, Immacolata e Assunta.
Ma i santi non sono soltanto quelli del calendario liturgico: c’è un libro, che pochi conoscono, che si chiama il “Martirologio”: in esso sono raccolti giorno per giorno, nella data della loro morte corporale (che la Chiesa chiama il “Dies natalis”, giorno della nascita al cielo), santi e beati, martiri vergini e confessori della storia cristiana.
Recentemente, su una delle tante intuizioni felici del Santo Padre, si era provveduto a redigere un Catalogo (Nuovo Martirologio) di tutti i martiri contemporanei (ogni anno sono decine) anche se non riconosciuti come Beati o Santi da una ufficiale dichiarazione della Chiesa.
Scorrendo queste pagine di fulgida storia cristiana, ognuno di noi si sente, certo, molto piccolo e fragile di fronte a tanti colossi di santità, di coraggio, di generosità, di genialità.
Perché i santi hanno anche il genio della pienezza di umanità: sono uomini e donne “riusciti”, sono modelli di un umanesimo pieno, sono capolavori di grazia.
Ma mentre ci sentiamo piccoli davanti a giganti, insieme percepiamo di appartenere alla loro stessa razza, alla loro grande famiglia:”la nostra Chiesa, infatti, è la Chiesa dei santi”.
E noi ne facciamo parte.
Noi camminiamo sui loro sentieri, siamo portati sulle loro spalle, apparteniamo alle loro schiere.
Scrive ancora Bernanos “Essi vissero, soffrirono come noi. Furono tentati come noi. Portarono pienamente la loro croce e più d’uno, senza alleggerirne il peso, vi si coricò sopra per morire! Essi ci camminano avanti.
E quando i Santi marciano insieme .... (così canta un celebre “spiritual” al ritmo festoso del quale i negri d’America portavano al cimitero i loro amici, vittime di disumani trattamenti) oh, come vorremmo camminare anche noi al loro passo.
“Ma chi non arrossirebbe – è ancora Bernanos - per essersi fermato troppo presto, per averli lasciati proseguire da soli lungo la loro strada immensa?
Ecco dunque la nostra compagnia: essa è quella dei santi.
“Chiesa santa”
Ma c’’è di più. Nel Credo cantiamo: “Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam”.
Ve lo cito in latino, ma è un latino limpido e luminoso.
La nostra Chiesa è santa.
E se abbiamo il giusto e sacrosanto orgoglio di appartenere alla “Chiesa dei santi” tanto più ci dobbiamo sentire onorati di far parte della Chiesa che è santa.
Onorati, sì, ma anche impegnati.
Infatti è proprio dall’appartenenza alla Chiesa santa che nasce per noi un reale impegno alla santità.
Ma torneremo più avanti su questa conseguenza.
Ora ci tocca approfondire, sia pure con concisione, questa espressione: “Chiesa santa”.
Scrive il Papa sempre nel documento citato( N.M.i. m.30):
“La riscoperta della Chiesa come mistero ossia come popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, non poteva non comportare anche la riscoperta della sua santità, intesa nel senso fondamentale dell’appartenenza a Colui che è per antonomasia il «tre volte santo» (cfr Is. 6,3). Professare la Chiesa come santa significa additare il suo volto di Sposa di Cristo, per la quale Egli si è donato, proprio al fine di santificarla. (cfr Ef.5,25-26).
Il Papa ci introduce così al “Mistero della Chiesa” che il documento conciliare “Lumen Gentium” ha fortemente contribuito, nel nostro tempo, a riscoprire e a ricomprendere.
Un approfondimento della “Lumen Gentium” è dunque necessario per ben argomentare intorno a questo argomento.
E mentre ve lo raccomando caldamente, desumo proprio da questo fondamentale documento conciliare, le motivazioni fondanti di questa professione di fede nella Chiesa “Una, santa”.
Il primo capitolo della “Lumen Gentium” infatti, dopo aver tratteggiato il Mistero della Chiesa rispetto al “progetto “del Padre, alla “missione” del Figlio e all’ “azione” dello Spirito Santo, si sofferma a raccogliere dalla Sacra Scrittura le principali immagini che ne adombrano il mistero. E sono tutte immagini attinenti alla santità.
La Chiesa è un “ovile” di cui la porta e il pastore è Cristo. E dunque la santità del Pastore la permea.
La Chiesa è il “campo” di Dio e in esso la vera vite è Cristo, radice di ogni santità.
La Chiesa è l’ “edificio” di Dio di cui Cristo è la pietra angolare che rende santa tutta la costruzione, votata al Signore, come tempio santo.
La Chiesa è “sposa” di Cristo, come già abbiamo ricordato, così che la santità dello Sposo tutta la permea e rinnova.
La Chiesa è il “corpo” di cui Cristo è il capo, secondo l’affascinante dottrina di Paolo che usa questa immagine proprio per convincere i Corinti ad una vita di santità.
Infine, dice il Concilio, la Chiesa è il “popolo di Dio” , immagine fra tutte la più coerente con il suo mistero, che la I° Lettera di Pietro definisce con successive, crescenti espressioni piene di luce: “stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa” (I Pt. 2,29).
Chiesa di santi
È il Papa stesso che nella già citata lettera “Novo Millennio Ineunte” tira le conseguenze con grande coerenza da questa fede nella “Chiesa santa”.
“Questo dono- Egli dice- di santità, per così dire oggettiva, è offerto a ciascun battezzato.
Ma il dono si traduce a sua volta in compito”. (N.M.I. n.30)
E il compito è essenzialmente questo, per ciascuno di noi che fa parte della Chiesa e ne condivide l’appartenenza: la santità.
Così possiamo dire che, essendo la Chiesa “santa”, santi devono essere tutti coloro che, attraverso il Battesimo e la Cresima, sono entrati a farne parte.
La santità non è dunque un “optional” per chi è nella Chiesa, per chi ci vuole restare, per chi sente di appartenervi.
Così la nostra Chiesa non è soltanto la “Chiesa dei santi” di cui andiamo fieri e orgogliosi (e giustamente, perché ci onora una tale compagnia!) ma è anche una “Chiesa di Santi”, cioè di uomini e donne che ne condividono, e non possono non condividerne, la santità, pur essendo fragili e, spesso, peccatori.
Può sembrare eccessivo questo ragionamento, quasi fosse troppo impegnativo per la nostra fragilità, la nostra indolenza, le nostre stanchezze.
Ma è questo il senso di quelle espressioni un po’ troppo colorite che definiscono la Chiesa “comunità di santi e peccatori”, insistendo perfino su questa ambiguità, fino a parlare, citando Sant’Ambrogio, della Chiesa come “casta meretrix” (casta meretrice).
Giustamente il senso corretto da attribuire all’espressione, così colorita del grande Ambrogio, dottore della Chiesa, è molto sfumato e va interpretato con intelligente delicatezza: ne ha scritto egregiamente alcuni anni fa il Cardinal Biffi, arcivescovo di Bologna: “Nel suo significato originario- scrive – l’espressione “casta meretrix”, lungi dall’alludere a qualcosa di peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare- non solo nell’aggettivo, ma anche nel sostantivo- la santità della Chiesa ; santità che consiste tanto nell’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo (“casta”) quanto nella volontà di raggiungere tutti per portare tutti alla salvezza(“meretrix”).
“E non appartiene- continua il Card.Biffi- «ai Padri», in genere, ma al solo Ambrogio, che nella spregiudicata libertà della sua fede (e noi diremmo anche del suo libero linguaggio , n.d.r) l’ha coniata con l’unico intento di esaltare la «Sposa di Cristo»” (Biffi, Saggio sull’ecclesiologia di sant’Ambrogio – Piemme Casale 1996, pg 13).
Quando diciamo che la Chiesa è “santa” ci riferiamo al suo “Mistero”, quando aggiungiamo che “essa è Chiesa di santi e peccatori”, ci riferiamo a noi che ne facciamo parte, spesso indegnamente, ma sempre aperti alla speranza della riconciliazione e del perdono, proprio attraverso la Chiesa:una speranza che ci consente sempre di passare da peccatori a santi, nella sua santità.
Qui vorrei collocare un appello, per questo nostro Anno Evasiano: che esso non sia solo un anno di celebrazioni, ma anche un tempo opportuno e favorevole per il nostro cammino verso la santità.
Un cammino che sappia partire dalla concretezza della nostra vita, sempre bisognosa di essere emendata, riformata e risanata: proprio dal nostro peccato.
Per questo ho chiesto e ottenuto dalla Sacra Penitenzieria Apostolica e- per mezzo di essa- dal Santo Padre- una speciale Indulgenza Plenaria, concessa alle solite condizioni (la contrizione del cuore, anzitutto, espressa nel Sacramento della Penitenza e nella partecipazione all’Eucaristia) per quanti in quest’anno visiteranno, devotamente, le Sante Reliquie del nostro Patrono, nella Chiesa Cattedrale o negli altri luoghi dove saranno solennemente esposte.
Vuole essere un richiamo alla santità, anche attraverso il sacramento della Riconciliazione e Penitenza che molto è raccomandato dal Papa nella “Novo Millennio Ineunte”.
“Un rinnovato coraggio pastorale- Egli scrive- vengo poi a chiedere perché la quotidiana pedagogia della comunità cristiana sappia proporre in modo suadente ed efficace la pratica del sacramento della Riconciliazione (....) che è per un cristiano «la via ordinaria per ottenere il perdono e la remissione dei suoi peccati commessi dopo il Battesimo»”. (N.M.I n 37).
Anche la speciale Indulgenza dell’Anno Evasiano, ci riporta al cammino che è doverosamente da percorrere verso la santità, così che la nostra Chiesa non sia soltanto “santa” per se stessa, ma anche “Chiesa di santi” per il nostro sincero impegno alla santità.
Chiesa della santità
E così siamo giunti ad un nuovo capitolo della nostra riflessione, quasi a dire che la santità è di casa nella Chiesa, di cui siamo partecipi non come “ospiti e pellegrini, ma come concittadini dei santi”.
La santità è parte essenziale del nostro essere Chiesa e dell’essere Chiesa in questo mondo a rischio di peccato, ma anche destinato alla redenzione, anzi alla santità.
Santità è una parola “astratta”, ma solo apparentemente.
Dopo quello che abbiamo cercato di dire, utilizzando l’aggettivo “santa” attribuito alla Chiesa, e reso sostantivo nella parola “santi” con tutta la gamma di significati che essa può assumere, la parola santità può essere letta in una grande concretezza.
È questo il senso che le dà il Papa nel sempre citato documento pastorale per il nuovo millennio: è illuminante infatti questa pagina che vi ripropongo quasi integralmente “Porre la programmazione pastorale nel segno della santità è una scelta gravida di conseguenze. Significa esprimere la convinzione che, se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il Battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?» Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della Montagna: «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste (MT 5,48).
Come il Concilio stesso ha spiegato, questo ideale di perfezione non va equivocato, come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni geni della santità. Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di beatificare e canonizzare, in questi anni,tanti cristiani, e tra loro molti laici che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa «misura alta» della vita cristiana ordinaria . (N.M.I n.30-31).
È un’espressione quest’ultima che ho già citato. Ma qui arriva alla sua piena concretezza.
Parlare di una “chiesa della santità” significa dunque dare a questa parola “astratta” la finalità concreta, e dire quasi, pratica di un atteggiamento normale di vita e di comportamento.
Questo ci insegnano i nostri santi, amici e compagni di viaggio, modelli ed esempi che ci trascinano.
La santità non è un’astrazione, né un progetto campato per aria.
La santità, che è di casa nella Chiesa, sono vite vissute nella carne di uomini e donne che hanno avuto (e hanno tuttora) il coraggio di affrontare quest’”avventura”.
La santità cammina sulla gambe della gente che forma la “Chiesa santa”.
E ci viene da dire anche a questo proposito “Ti ringrazio, Padre, Signore del Cielo e della terra che hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai semplici” (Mt, 11,25).
I semplici, i piccoli e i poveri sono “beati” perché di essi “è il Regno” cioè la santità di Dio incarnata nella loro vita, come avvenne per Maria, “la serva del Signore” in cui si è compiuta- nel suo ventre verginale- l’incarnazione della santità.
Le litanie dei santi.
E ora sulle orme di Maria la Tuttasanta, ritorniamo ai santi:la nostra Chiesa, infatti, è la Chiesa dei santi.
Quando nelle grandi occasioni della vita della Chiesa (i solenni pellegrinaggi, le sacre ordinazioni) si cantano le litanie dei santi , quell’ossessivo ritornello “prega per noi!” “pregate per noi” è come l’eco ripetuta all’infinito della più umile delle preghiere, quella rivolta a Maria: “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”.
Abbiamo bisogno delle preghiere di Maria, delle preghiere dei santi: gli apostoli, i martiri, i confessori della fede, le vergini.
Abbiamo bisogno delle loro preghiere per restare nella loro compagnia, tra le loro schiere, nella loro grande famiglia.
Di cui è Madre, Maria.
Dietro a Lei, sui percorsi dei suoi santuari (luoghi di santità come il nostro a Crea o quello, più discreto e nascosto della Madonna del Pozzo) noi percorriamo, nella nostra fragilità di uomini e donne segnati dal peccato, le vie di una santità che è quella di tutta la Chiesa, nella “comunione dei santi” di cui facciamo professione nel Credo.
È questa “Comunione” ineffabile e misteriosa, il fondamento di tutto ciò che abbiamo cercato di dire e continueremo a riflettere durante l’Anno Evasiano.
La “Comunione dei santi” è,oggi, la nostra appartenenza ad un mistero che ci sovrasta, ci trascende e ci trascina.
Non ci sono i santi nel cielo, i nostri morti nella vita eterna e noi qui ad arrancare nel quotidiano di un’esistenza spesso difficile, talvolta distratta e svogliata.
C’è una sola realtà, un solo mistero: la Comunione dei santi.
Cito ancora per concludere una parola forte di Bernanos nel suo “Diario di un curato di campagna”. Dice così “È che non c’è un regno dei viventi e un regno dei morti, non c’è che il Regno di Dio e che noi, viventi o morti, vi siamo dentro”.
Credo la Comunione dei santi!

+ Germano Vescovo


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